Addio a Fred Bongusto, c'è anche un pezzo di Romagna nel suo successo mondiale: un batterista meldolese

Nel libro di ricordi sulla mitica “Bussola”, locale di Fratta Terme che ha accompagnato intere generazioni di romagnoli, Mario Russomanno ricorda anche come Baldo Turci entrò nello staff di Fred Bongusto

C'è anche un pezzo di territorio forlivese – per l'esattezza di Meldola – nell'immenso successo di Fred Bongusto, una delle glorie della musica italiana anni '60 - '70 - '80, morto nella notte tra giovedì e venerdì a 84 anni. In molti ricordano infatti il batterista Baldo Turci, per circa vent'anni a fianco di Fred nella sua orchestra. Era il periodo di massimo splendore per il cantante confidenziale che narrava in note le speranze, gli amori  e i costumi degli anni '60. Baldo Turci entrò nella sua orchestra nel 1967, tre anni dopo il successo di “Una rotonda sul mare” del 1964. Con lui ha suonato nei luoghi di spettacolo più importanti nel mondo.

Nel libro di ricordi sulla mitica “Bussola”, locale di Fratta Terme che ha accompagnato intere generazioni di romagnoli, Mario Russomanno ricorda anche come Baldo Turci entrò nello staff di Fred Bongusto, quasi per una casualità: “Baldo è un musicista: per molti anni, dal 1967 in avanti, ha fatto parte della prestigiosa orchestra di Fred Bongusto, con la quale ha viaggiato senza sosta in giro per il mondo. Per afferrare il senso di questo racconto serve, infatti, rammentare che Fred Bongusto è stato artista d’eccezione, cantante e compositore apprezzato ovunque. I suoi successi hanno fatto letteralmente epoca, basti ricordare canzoni come “Amore fermati”, “Frida”, “Una rotonda sul mare”, “Tre settimane da ricordare”, “Spaghetti a Detroit”. Brani sedimentati nell’immaginario collettivo, colpevoli di un numero infinito di innamoramenti, di atmosfere complici e suadenti vissute ad ogni latitudine. Fred, nella epoca delle orchestre e della musica rigorosamente dal vivo, era accompagnato da musicisti di primissimo ordine: la sua band competeva, in Italia, con quella che accompagnava Peppino Di Capri.

Com’era finito, Baldo, in quella compagnia? Per un motivo curioso che ha che fare, e molto, con la passione di Fred per il pallone. Fred, in quegli anni, quando è in giro con la band, cioè praticamente sempre, organizza partitelle intense e spesso non troppo amichevoli. La squadra è formata da lui, centravanti dal goal facile, e dai suoi orchestrali. Sfidando di volta in volta compagini e squadre locali. In una di queste tenzoni, nel 1967, il batterista di Fred si frattura una spalla. Occorre sostituirlo e non è facile, serve uno in gamba sul serio. Nel gruppo di Fred da anni c’è Luciano Collina, saxofonista di pregio, meldolese. Il quale ha un cugino che è batterista di talento, che ha suonato con Piero Focaccia e diversi gruppi rock: Luciano lo propone. Il cugino in questione, è Baldo, che viene assoldato in prova e che rimarrà in ditta per ventidue anni”.

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Il ricordo di Marino Bartoletti

Lo ricorda così il giornalista forlivese Marino Bartoletti: "Tutti i ragazzi della mia generazione hanno ballato stretti almeno una volta grazie a lui. Fred Bongusto ci metteva l’atmosfera e il calore della sua voce: il resto, almeno quello, dovevamo farlo noi (anche quelli imbranati come me)
E’ stato forse il più grande crooner italiano (assieme a Johnny Dorelli che ha affrontato anche altre sfide e a Nicola Arigliano che non ha avuto tutta la fortuna che meritava). Un cantante “confidenziale” si diceva: ma certamente anche popolare, se si pensa al successo stellare che hanno avuto la sue canzoni nel tempo dei Beatles e dei primi cantautori: da “Frida” a “Amore fermati”, da “Malaga” a “Doce doce”, da “Il nostro amor segreto”, a “Tre settimane da raccontare”, da “Questo nostro grande amore” a “La mia estate con te”, dalla simpatica “Spaghetti, pollo e insalatina” al cult dei cult “Una rotonda sul mare” (che, per chi non lo sapesse, era quella di Sinigallia: salvo poi diventare l’inno nazionale di tutte le rotonde balneari italiane). Era dotato di una solida, insospettabile e spesso irriverente ironia. A Sanremo andò sempre con poca convinzione (solo quattro volte, miglior canzone “Aspetta domani”); d’altra parte il maliardo Orso Molisano usciva allo scoperto solo con la buona stagione. E si impossessava del miele dei juke boxes. Lo vidi l’ultima volta al concerto-tributo a Piazza del Popolo in onore del suo amico Franco Califano. Non stava già tanto bene, fu costretto a cantare in play back e ne soffrì: ma, al contrario di tanti altri, ci volle essere". 

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