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Gemellagio in vista fra l'ospedale di Aber e il "Morgagni-Pierantoni"

L’ospedale “Morgagni-Pierantoni” di Forlì si appresta ad affiancare l’ospedale ugandese di Aber nel suo cammino verso un continuo miglioramento della qualità delle cure

L’ospedale “Morgagni-Pierantoni” di Forlì si appresta ad affiancare l’ospedale ugandese di Aber nel suo cammino verso un continuo miglioramento della qualità delle cure. Nel corso del seminario “Salute globale ed equità in salute”, promosso da Cuamm-Medici per l’Africa, dal Centro studi aziendale “Giovanni Donati” dell’Ausl di Forlì, coordinato dalla dott.ssa Daniela Valpiani, è stata, infatti, presentata la proposta di una collaborazione fra le due strutture, che si dovrebbe sostanziare nell’interscambio di persone, idee ed esperienze. 

L’idea di istituire un ponte fra Forlì e l’Uganda è nata nell’ambito del progetto “Prima le mamme e i bambini”, che vede coinvolto anche il dott. Gianfranco Gori, ex primario dell’U.O. di Ostetricia-Ginecologia dell’Ausl di Forlì e attualmente collaboratore del Cuamm in un progetto di valutazione della qualità dell’assistenza a mamme e neonati. Il distretto dell’Oyman, in cui si tova l’ospedale di Aber, è particolarmente svantaggiato, come testimoniano i numeri: la mortalità materna è di 400 donne per 100mila nati vivi, maggiore rispetto al resto del paese (310 donne per 100mila nati vivi), mentre quella infantile è di 89 bambini per mille nati vivi, contro i 61 per mille nati vivi dell’intera Uganda.

Il presidio ospedaliero, tuttavia, è relativamente di recente costruzione e abbastanza funzionale; inoltre, è dotato di un buon sistema di servizi perinatali, e, in questi anni, gli operatori sanitari, grazie anche all’aiuto di professionisti provenienti dall’Italia, si sono impegnati a far progredire la struttura, garantendo un buon livello di assistenza a donne e neonati. Uno dei medici attivi in questo momento ad Aber è il chirurgo di Cesena Bruno Turri, cui si deve la proposta di coinvolgere il “Morgagni-Pierantoni” di Forlì. «Ospedali come questo –dichiara – hanno ancora poche possibilità di “cavarsela” con le loro forze, poiché la spesa sanitaria dell’Uganda è lontana anni luce dalla sperabile “sostenibilità”; certo l’economia sta migliorando, ma prima che le ricadute positive raggiungano la parte rurale e povera della popolazione, ovvero la stragrande maggioranza, dovranno passare anni. Purtroppo, tutti i progetti di sostegno sono, invece, a termine, in quanto i donatori vogliono risultati tangibili in tempi brevi».

Di qui, la necessità di intraprendere una collaborazione duratura con un’altra struttura. «L’obiettivo è creare ponti, con reciproci scambi: di persone, materiali, idee, esperienze. Non si tratta di un rapporto unidirezionale, ma di crescere insieme, visto che l’Africa ha anche molto da dirci e da darci». Le forme in cui sostanziare questo tipo di legame sono ancora da decidere, ma le idee non mancano. «Si potrebbe pensare di inviare ad Aber presidi, attrezzature e tecnologie non più utilizzate, oppure sfruttare le giacenze nei magazzini; allo stesso modo, gli operatori sanitari potrebbero devolvere alcuni periodi di ferie per recarsi in Africa a insegnare ai colleghi che operano laggiù, e si potrebbe prevedere di ospitare a Forlì personale ugandese per fare formazione».

Tutto ciò avrebbe risvolti positivi anche per la sanità italiana. «Queste situazioni ci possono insegnare a evitare i nostri sprechi, perché lavorando nei paesi in via di sviluppo s’impara l’essenzialità e si affina l’indagine clinica; inoltre, un’esperienza diretta in Africa ci può aiutare a migliorare il modo in cui curiamo gli emigranti in Italia. Personalmente, ritengo di essere cambiato positivamente, ricevendo molto di più di quel poco che ho dato». Nelle prossime settimane si inizierà, dunque, a studiare la possibilità di mettere a punto un protocollo d’intesa tra Centro studi aziendale e Cuamm, in cui ricomprendere e dare fattibilità alle proposte di collaborazione emerse.

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