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Cronaca

In Turchia comincia a squarciarsi la coltre di silenzio sul genocidio armeno

Santuario di Fornò gremito per l’incontro con la grande scrittrice italo-armena, Antonia Arslan, sul tema: “La Ferita Nascosta”. Se persino in Turrchia - dichiara amaramente Antonia Arslan – si ammettesse il genocidio, nessuno ci restituirà la patria perduta”.

Santuario di Fornò gremito giovedì scorso, per l’incontro con Antonia Arslan, sul tema: “La Ferita Nascosta”. Introduce don Mauro Ballestra, rettore della chiesa rinascimentale e molto attento al dramma del popolo armeno, “il primo al mondo ad essersi convertito al cristianesimo, nel 301 d.C.”. La grande scrittrice italo-armena stordisce i presenti con una verità sconvolgente: “La Turchia continua a distruggere i siti armeni nell’Anatolia orientale”. L’ultimo scempio documentato risale al 1970, ma non è escluso ne siano avvenuti altri in tempi recenti. Prima ancora di raccontare nuove vicende inedite sul dramma della sua gente (la Arslan è nipote di un sopravvissuto al genocidio), la relatrice confessa di essersi commossa alla vista della massa circolare del santuario di Fornò: “Mi ricorda le nostre chiese, quasi tutte di quella forma”.

Nell’Anatolia dell’est, dove vivevano da millenni intorno al monte Ararat e ai tre grandi laghi di montagna, Van, Sevan e Urmià, oggi non abita più nessun armeno. In quei luoghi esistevano anche 2.500 chiese, quasi tutte millenarie: oggi ne rimangono dieci. “Avevamo sviluppato una cultura originale, inventando chiese antisismiche che ancora oggi resistono alla furia dei terremoti, e stanno in piedi finché non vengono distrutte dalla furia degli uomini”. Esistevano anche tante croci di pietra, i katchkar, tutti incisi di rami fiorenti, di foglie, di frutti, “a significare la vita che risorge dalla morte, l’universo che rinasce e fiorisce dal simbolo cristiano”.

massacro_armeno_crocifissioni-2Antonia Arslan, intellettuale poliglotta autrice nel 2004 del bestseller “La Masseria delle Allodole”, da cui nel 2007 è stato tratto anche l’omonimo film dei fratelli Taviani, ricorda i numeri della strage voluta nel 1915 dai nuovi capi della Turchia ottomana, timorosi del definitivo disfacimento della patria ad opera delle minoranze: “Prima della decisione pazzesca di annientare fisicamente un popolo pacifico, colpevole solo di essere giunto in Anatolia ancor prima dei turchi, nell’antica Armenia, la patria che non esiste più, eravamo in due milioni”. La furia genocida dei “Giovani Turchi” in poco meno di due anni provoca 1,5 milioni di vittime, passate per le armi, decapitate e crocifisse, o lasciate morire di fame e sete nel deserto anatolico e siriano, nel silenzio assoluto delle potenze occidentali. Trecentomila si salvano emigrando in Russia, Europa o negli Stati Uniti, duecentomila tentano di nascondersi mescolandosi ai curdi e agli stessi turchi, salvo poi dover rinunciare completamente alla propria identità o scappare anch’essi.

Genocidio fisico ma anche della pietra: “La prova – continua l’Arslan - che si è trattato di un massacro pianificato, è insita nel fatto che, subito dopo lo svuotamento dei luoghi, i turchi hanno distrutto anche la cultura, le biblioteche e le vestigia”. L’antica patria armena è meta di pellegrinaggi da parte dei discendenti degli esuli, soprattutto dagli Stati Uniti: “Arrivano sul posto, girano, cercano, osservano… molti se ne vanno delusi”. Ma è ovvio che sia così: “Patria perduta significa che, dopo la cancellazione fisica, è stata operata pure quella materiale nei confronti di chiese millenarie, case, monasteri, persino i cimiteri. Hanno fatto di tutto per impedirci di ritornare alle nostre terre”. Dopo la denuncia di Papa Francesco, che in Armenia (lo stato caucasico sorto dalle rovine dell’impero sovietico) nel giugno scorso ha parlato apertamente di genocidio armeno, suscitando le ire di Ankara, qualcosa comincia a muoversi e proprio in Turchia. “Alcune libere coscienze turche hanno voluto squarciare la ‘damnatio memoriae’ degli Armeni. Un paio di libri pubblicati recentemente sul mercato turco hanno destato enorme interesse”. E’ il caso di quello scritto nel 2012 dal nipote di Cemal Pasha, uno dei pianificatori del genocidio. Nel testo l’autore scrive chiaramente: “E’ stato un crimine contro l’umanità”. Potrebbe essere la fine di un incubo. “Anche se – conclude amaramente Antonia Arslan – nessuno ci restituirà la patria perduta”. 

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