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Giovedì, 20 Gennaio 2022
Cronaca

"L’esodo dall'Istria, una ferita che non si rimarginerà mai più"

A 71 anni dalla fuga da Parenzo, in Istria, per non cadere nelle mani del dittatore comunista Josip Broz detto Tito, Luisa Corazza accetta di raccontare l’esilio, un dolore che rimane forte e inestirpabile

A Forlì, nel Giorno del Ricordo istituito nel 2004 con legge dello Stato per fare memoria della diaspora dei 350mila istriani e giuliano-dalmati di lingua e cultura italiana, costretti ad abbandonare le terre d’origine pur di non cadere nelle mani del dittatore comunista Josip Broz Tito, emerge la testimonianza pressoché inedita di Luisa Corazza. A 71 anni dalla fuga da Parenzo, in Istria, l’ex insegnante elementare, classe 1942, accetta di raccontare l’esilio, un dolore condiviso con i familiari, che rimane forte ed inestirpabile.

Luisa, pur risiedendo a Ravenna, è forlivese per spirito e cuore avendo fondato nel 1976 il Gruppo Preghiera di Montepaolo. Si tratta di un’associazione ecclesiale con ben 220 aderenti dediti a molteplici opere socio-assistenziali, impegno relazionale e dialogo con minori, anziani, carcerati e coppie di sposi. L’esule mantiene dei ricordi vivissimi legati all’infanzia istriana. Sia il papà Fedor Corazza che la madre Lucia Gioseffi erano insegnanti: una condizione che li costrinse a rimanere quando tutti gli altri se ne andarono. Fino al 10 febbraio 1947, giorno della firma a Parigi del gravoso trattato di pace imposto ad Alcide De Gasperi in rappresentanza dell’Italia sconfitta, Parenzo, poi croatizzata in Pore?, era abitata quasi esclusivamente da italiani.

L’arrivo dei partigiani comunisti jugoslavi, nell’aprile 1945, decisi a fare piazza pulita dell’italianità di quelle terre, recise legami plurisecolari: “Abitavamo – testimonia Luisa - in una casa veneziana posta nel cuore di Parenzo, a poche decine di metri dalla basilica bizantina dedicata a sant’Eufrasio. Ricordo che nel 1947, l’indomani della partenza degli italiani, giravo in strade deserte senza più amici con cui giocare. I negozi erano privi di tutto. Dalla nostra seconda casa, presa in affitto dopo che la prima era stata danneggiata dai bombardamenti, andavo a piedi in centro, fino ad infilarmi in chiesa e pregare anche per conto di mamma e papà, che non potevano più farlo. Persino in casa, i miei genitori non riuscivano a parlare liberamente, potendo essere denunciati all’Ozna (la polizia segreta di Tito, n.d.r.) in qualunque momento. Per comunicare si scrivevano bigliettini, che poi bruciavano”.

Sempre quell’anno, i Corazza, nonostante Parenzo fosse ormai disabitata, si videro costretti a condividere la loro casa con alcune delle “nuove” famiglie, bosniache o montenegrine, destinate a ripopolare l’Istria. Il dramma delle foibe sfiora anche i Corazza: “Mio padre mi ha sempre parlato di un nipote, soldato nell’esercito regio, sparito nel nulla nel 1943”. Il 12 giugno 1949, non essendoci più italiani a cui poter insegnare qualcosa, Fedor e Lucia con i due figli riescono ad imbarcarsi per Trieste, all’epoca territorio libero sotto amministrazione alleata, e da lì proseguire per i campi profughi di Siracusa e Termini Imerese.

“Abbiamo vissuto per tanto tempo in cameroni condivisi con numerose altre famiglie di esuli: la nostra ‘abitazione’ era separata dalle altre grazie a teli o coperte”. Nel 1961 Luisa vince un posto di insegnante elementare a Ravenna. “La prima cosa che ho fatto è chiamare i miei in Romagna: insieme abbiamo ripreso a vivere con dignità”. Dal 1969 ritorna tutte le estati a Parenzo per due settimane: “Ci capito da villeggiante, da forestiera, non è più casa mia, ma è lì che sono nata e lì ritornerò finché il Signore me lo concederà”. 

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