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Cronaca

Ictus, oltre 400 ricoveri all'anno al "Morgagni-Pierantoni". E il covid ne aumenta il rischio

L'INTERVISTA - Celebrata venerdì la giornata mondiale dell'ictus. Abbiamo approfondito la questione con Marco Longoni, primario di Neurologia di Forlì-Cesena

Rappresenta la seconda causa di morte a livello mondiale e la terza nei Paesi dove è maggiore lo sviluppo economico, dopo le malattie cardiovascolari e i tumori. È l’ictus cerebrale, di cui venerdì è stata celebrata la Giornata mondiale. Si verifica quando il cervello, in seguito alla chiusura o alla rottura di un’arteria, non riceve più sangue (ischemia) o viene inondato da sangue “stravasato” da un’arteria rotta (emorragia) si verifica l’ictus cerebrale.

Ci sono quindi due tipi di ictus: ischemico (dovuto alla chiusura di un’arteria cerebrale) o emorragico (causato dalla rottura di un’arteria cerebrale). Fattori di rischio per l’ictus sono la pressione alta, alcune cardiopatie, il diabete, il sovrappeso, elevati livelli di colesterolo, il fumo e l’abuso di alcol. In altri termini, è lo stile di vita che aumenta in maniera consistente l’insorgenza della patologia.

L’ictus è più frequente dopo i 55 anni, e la sua prevalenza raddoppia successivamente a ogni decade: nel 75% dei casi si verifica nelle persone con più di 65 anni, ma colpisce, sia pure in misura minore, anche i giovani. La mortalità dopo un ictus ischemico, a 30 giorni dal fatto, oscilla nei vari studi a livello mondiale tra il 10 e il 25%. A un anno dall’evento acuto, un terzo circa dei soggetti sopravvissuti a un ictus, indipendentemente dal fatto che sia ischemico o emorragico, presenta un grado di disabilità elevato.

Sul territorio regionale, nel corso degli ultimi due anni si è assistito a un aumento delle chiamate al 118 per sospetto ictus (dalle 10.227 del 2019 alle 11.173 del 2020), e contemporaneamente a un calo di pazienti ricoverati con ictus sistemico acuto (6.853 nel 2019, 6.113 nell’anno successivo). Per la situazione nel nostro territorio abbiamo approfondito la questione con Marco Longoni, primario di Neurologia di Forlì-Cesena.

Dottor Longoni, in Emilia Romagna, nel corso degli ultimi due anni si è assistito a un aumento delle chiamate al 118 per sospetto ictus. Si tratta di un andamento in linea anche nella provincia di Forlì-Cesena?
Anche per la nostra area geografica il trend è simile al resto della regione, ovviamente va precisato che durante la prima fase pandemica (marzo-maggio 2020) il trend si è invertito con una riduzione significativa delle chiamate e degli invii per sospetto ictus così come per altre patologie tempo-dipendenti

Quanti pazienti accoglie il "Morgagni-Pierantoni"?
Ogni anno, l'ospedale Morgagni Pierantoni ricovera circa 450 pazienti con problematiche cerebrovascolari acute di cui 370 di tipo ischemico e 80 di tipo emorragico, di questi oltre il 70% dei pazienti viene ricoverato in Neurologia.

Per quanto riguarda invece i pazienti ricoverati con ictus sistemico acuto?
Il numero totale di ictus ischemici acuti che vengono ricoverati è di circa 270-300 pazienti/anno a cui si aggiungono circa 70-100 pazienti con attacchi ischemici transitori cerebrali.

Quali sono le terapie effettuate nella fase acuta dell’assistenza?
L'ictus ischemico è una patologia tempo dipendente dovuta all'occlusione di un vaso intracerebrale, pertanto l'obiettivo terapeutico è quello di riperfondere il tessuto cerebrale ischemico nel più breve tempo possibile mediante la ricanalizzazione del vaso occluso. Questo può avvenire sia attraverso la somministrazione di un farmaco fibrinolitico che mediante un trattamento endovascolare di rimozione meccanica del trombo. La scelta della miglior strategia terapeutica si basa su criteri di tipo clinico e neuroradiologico in cui anche il tempo di esordio dei sintomi ha un ruolo importante. Per i pazienti in cui non è possibile iniziare una terapia di riperfusione (farmacologica e/o endovascolare) il monitoraggio in ambienti dedicati alla cura dello stroke (Stroke Unit) rappresenta un'altra strategia terapeutica efficace nel migliorare la prognosi dei pazienti mediante una assistenza dedicata dei pazienti con ictus finalizzata al mantenimento della stabilità dei parametri clinici, alla tempestiva definizione del più appropriato percorso diagnostico/terapeutico ed alla prevenzione delle principali complicanze correlate allo stroke.

E invece come avviene la riabilitazione?
La riabilitazione viene iniziata il più precocemente possibile, dapprima al letto del paziente e successivamente in setting più appropriati in funzione degli obiettivi riabilitativi che vengono definiti dall'equipe fisiatrica.

Chi sono i soggetti più a rischio?
Il rischio di sviluppare una problematica cerebrovascolare aumenta all'aumentare dell'età ed è più alto nelle persone con famigliarità per problemi cardio-cerebrovascolari, in rarissimi casi l'ictus può essere legato ad una patologia genetica. Tra i principali fattori di rischio modificabili vanno ricordati il fumo di sigaretta, l'ipertensione, il diabete mellito, la dislipidemia, le cardiopatie aritmiche, le apnne notturne.

Pazienti affetti da covid vengono colpiti da ictus?
Nei soggeti affetti da covid il rischio di problematiche trombo-emboliche cerebrali aumenta di oltre 10 volte.

Quanto contano gli stili di vita nella prevenzione all'ictus?
Tantissimo. La corretta alimentazione, il controllo del peso corporeo, l'attività fisica regolare, l'adeguata igiene del sonno sono tutte buone pratiche di prevenzione del rischio cerebrovascolare.

Quali sono i campanelli d'allarme ai quali occorre prestare attenzione?
L'ictus per definizione è un colpo improvviso, che nella maggior parte dei casi esordisce in modo del tutto inaspettato e senza sintomi premonitori. Solo nel 15-20% circa dei casi l'ictus viene preceduto da un evento cerebrovascolare reversibile, definito attacco ischemico transitorio o Tia. Il Tia può manifestarsi come un improvviso e transitorio deficit di una funzione neurologica quale l'articolazione o l'espressione della parola, la vista, la forza ad uno o più arti, la simmetria nei movimenti della bocca, la capacità di mantenere l'equilibrio.

Lei e il suo gruppo siete impegnati in attività di ricerca?
Abbiamo in corso un trial farmacologico di prevenzione secondaria dell'ictus e ci apprestiamo ad avviarne un secondo. Da alcuni anni inoltre stiamo sperimentando dei modelli organizzativi innovativi nella cura dell'ictus e collaboriamo con l'università di Bologna per lo sviluppo di tecnologie che siano di supporto nella scelta del percorso terapeutico più appropriato e tempestivo per i nostri pazienti.

Forlì ospita la Facoltà di Medicina e Chirurgia dal 2020. In un campo così specialistico, quanto è essenziale puntare sulla formazione di nuove leve?
Lo sviluppo di figure professionali dedicate alle problematiche cerebrovascolari è fondamentale considerato l'impatto epidemiologico dell'ictus. La formazione di nuove leve è inoltre essenziale alla luce dei continui progressi tecnologici occorsi sia in ambito diagnostico che terapeutico, che hanno permesso di incrementare il numero di pazienti potenzialmente trattabili.  

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