Il 25 agosto 1944 nel cuore di Forlì si ripresenta il sanguinoso mucchio

Il popolare don Pippo, al secolo monsignor Giuseppe Prati, da 5 mesi parroco di San Mercuriale, trascorse l’intera giornata a raccattare brandelli di carne umana sui muri e sul selciato della piazza

Nel dubbio, mai sopito dagli storici, che quel 25 agosto 1944 si sia trattato di un tragico errore, ricorrono i 76 anni del bombardamento del centro storico di Forlì. Ad appena tre mesi dall’altro venerdì di sangue (19 maggio), che aveva lasciato sul terreno 150 morti e 250 feriti, la morte dal cielo si riprende la scena. Le prime fortezze alleate, pilotate da aviatori sudafricani, apparvero all’orizzonte alle 9.16. Provenivano da sud nell’ambito dell’Operazione “Olive”, dal nome del generale statunitense Oliver Leese, che l’aveva congegnata per prendere Rimini e sfondare la Linea Gotica, il sistema fortificato posto lungo l'Appennino dalla Wermacht.

Seppur in forme ridotte e con poca merce sui banchi, il mercato ambulante in piazza Saffi non aveva mai cessato di operare: fu uno dei motivi della strage. Le sirene suonarono in tempo, ma era troppa la gente dispiegata nelle vie del centro. La città fu letteralmente colpita al cuore: in piazza Saffi subirono danni il Palazzo delle Poste e la stessa basilica di San Mercuriale. Alla fine si contarono 75 civili e 9 militari morti (di cui 3 tedeschi), oltre ad alcune centinaia di feriti. I più anziani ricordano bene la devastazione conseguente al bombardamento: il popolare don Pippo, al secolo monsignor Giuseppe Prati, da 5 mesi parroco della millenaria abbazia, trascorse l’intera giornata a raccattare brandelli di carne umana sui muri e sul selciato della piazza, per poi dare loro pietosa sepoltura in una fossa comune allestita al Cimitero monumentale.

Scrive Antonio Mambelli nei suoi Diari: “Quattro formazioni di 23 bombardieri hanno sganciato a più riprese sulla città, specie sul centro, con il risultato di numerosi morti e di rovine immani; altre bombe a scoppio ritardato riserveranno più tardi i loro funesti effetti”. Il primo lancio colpì nei pressi della barriera San Pietro con la distruzione delle case Flamigni e Rani, il secondo infierì sulla fabbrica di feltri “Bonavita” posta nell’attuale piazza Guido da Montefeltro. Una bomba caduta in via Delle Torri colpisce in pieno il Palazzo dell’Amministrazione provinciale, disintegrando gli affreschi del Samoggia, di Annibale Gatti e di Pompeo Randi. Vien colpito anche il Palazzo degli Uffici Statali, con il crollo di muri interni e ampi squarci alla facciata, nonché il Cinema Apollo. Mambelli esprime sdegno per “la balorda disposizione attribuita al capo ufficio catastale, di non permettere ai dipendenti di abbandonare il lavoro che non all’ultimo momento e l’eccessiva confidenza in materia di allarmi”.

La tragedia più grave si ebbe sul sagrato di San Mercuriale e di fronte al campanile, “ove si è ripetuto il ‘sanguinoso mucchio’ di dantesca memoria”. Fatalità volle che molti si fossero rifugiati nell’intercapedine fra la chiesa e la torre campanaria e che una bomba sia caduta proprio lì, facendo scempio. Biancarosa Ciani, titolare del Bar Roma, operante al piano terra dell’immobile di via Bonatti sin dal 1939, aveva pochi mesi e non ricorda nulla, ma quel giorno perse la sorella di 10 anni. Al primo lancio di bombe, i coniugi Dina Turci e Mario Ciani si precipitarono fuori dal locale. Il gesto, impulsivo e dettato dalla paura, costò caro alla figlia Carla: pochi secondi e una nuova bomba cadde proprio davanti al caffè, annientando la bambina. Biancarosa era in braccio alla madre: lo spostamento d’aria generato dall’ordigno scaraventò entrambe all’interno del locale, ma si salvarono. 

Piazza Saffi coi resti del monumento ad Aurelio Saffi distrutto dal bombardamento del 25 agosto 1944-2

San Mercuriale sventrata-2

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