Un anno fa l'ingresso a Forlì, intervista al vescovo Corazza: "Il futuro sindaco favorisca la pace sociale"

Intervista al vescovo monsignor Livio Corazza ad un anno dal suo ingresso a Forlì-Bertinoro. “Forlivesi, credete al futuro, siate vivi e pieni di speranza

E’ già trascorso un anno da quel luminoso 22 aprile 2018 (era una domenica), in cui monsignor Livio Corazza, 77esimo vescovo della diocesi di Forlì, 73esimo della diocesi di Bertinoro e dopo l'unificazione avvenuta nel 1986, quarto vescovo di Forlì-Bertinoro, fece il suo ingresso in Diocesi.

Eccellenza, lei, friulano, è a Forlì dal 22 aprile 2018. Il punto sul suo primo anno di episcopato: quali le emozioni in questi 12 mesi appena donati alla Romagna? Ha un episodio particolare da raccontare?
È una continua scoperta. Fare il vescovo consente di incontrare tante belle realtà che mettono al centro le relazioni umane e di incoraggiare e sostenere i più piccoli e i più deboli. Incontrare i bambini e le famiglie. I volontari e gli imprenditori. Degli Amministratori convinti e motivati. Comunità cristiane e associazioni, gioiose e motivate. Avrei tanti episodi da riportare, ma scelgo di raccontare una cosa sola… mi hanno colpito le risposte di tre cresimandi alla domanda “Che consigli date al vescovo?”, e così hanno risposto:
di non scoraggiarsi e proseguire il suo cammino mano nella mano con Dio, senza cadere in tentazione ed essendo sincero qualsiasi cosa accada; di non tradire Dio per nessuna ragione al mondo e di non infrangere nessun comandamento e di non infrangere nessun giuramento (M. S.); di continuare così perché è un gran Vescovo (D.); cercare di parlare sempre in modo semplice per far capire ai ragazzi e ascoltare le persone e i ragazzi per migliorare (F. C.)

VIDEO - IL NUOVO VESCOVO ACCOLTO DAI GIOVANI - IL SALUTO DELLE AUTORITA' - LA CELEBRAZIONE IN DUOMO

Lei è il pastore, il segno visibile della presenza di Cristo in mezzo al popolo forlivese: quali sono le sfide che si sente in dovere di affrontare alla guida della sua nuova comunità?
Siamo figli del nostro tempo, viviamo un tempo non tanto di cambiamenti ma di cambio d’epoca. Facciamo fatica a capirci fra generazioni. I social network hanno rivoluzionato le nostre abitudini. La fragilità delle famiglie ha reso tutto più incerto. Crescono le disuguaglianze, avanza l’intolleranza verso il diverso, lo straniero. In tutto questo dobbiamo annunciare il Vangelo, speranza dell’umanità. La sfida è riconoscere che tutti siamo nella stessa barca. Sono sempre più convinto che, solo seguendo un Cristo vivo sapremo vivere con speranza e gioia anche nel nostro tempo. La sfida infine è la fraternità.

La crisi di vocazioni, a Forlì come un po’ in tutta Italia: cosa pesa nei giovani d’oggi che hanno paura di scegliere il sacerdozio? Il celibato, la solitudine?
La crisi di vocazioni non riguarda solo la scelta di diventare preti, ma anche di sposarsi. Si ha paura del futuro e di fare scelte che legano per sempre…

Il nuovo progetto pastorale diocesano è imperniato sulla fraternità: come sta andando la sua attuazione?
La diocesi intera si è attivata, ci sono incontri, riflessioni, disponibilità. Il pericolo più grande è la pigrizia, il “si è sempre fatto così”, il “passatismo”. La fraternità è camminare insieme. Dicevano nel medioevo: “Quod omnes tangit ab omnibus approbari debet (letteralmente quello che riguarda tutti, deve essere approvato da tutti)”. I cambiamenti necessari riguardano tutto il popolo di Dio, e tutto il popolo di Dio – in diverse modalità e responsabilità – deve essere convolto nelle decisioni.

Siamo a poco più di un mese dalle Elezioni Comunali a Forlì: che aspetto ha il suo Sindaco ideale e cosa si aspetterebbe dal nuovo governo cittadino?
Rispondo citando due passi della dottrina sociale della Chiesa, che ripeto spesso. Il primo è una frase tratta dalla “Sollicitudo Rei Socialis” di San Giovanni Paolo II (n. 38): “La solidarietà non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti. Tale determinazione è fondata sulla salda convinzione che le cause che frenano il pieno sviluppo siano quella brama del profitto e quella sete del potere (…). Questi atteggiamenti e «strutture di peccato» si vincono solo con un atteggiamento diametralmente opposto: l'impegno per il bene del prossimo con la disponibilità, in senso evangelico, a «perdersi» a favore dell'altro invece di sfruttarlo e a «servirlo» invece di opprimerlo per il proprio tornaconto (Mt. 10,40); (Mt 20,25); (Mc 10,42); (Lc 22, 25)”.

L’altra è una citazione di papa Paolo VI dall’Apostolicam Actuositatem (n. 8): “Siano innanzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia, perché non avvenga che si offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia”. E poi la famiglia: sia sostenuta l’unità e la vita della famiglia. È più facile divorziare che continuare a stare insieme. Economicamente conviene di più separarsi, per pagare meno tasse, che a continuare a stare insieme: è paradossale! Ci si preoccupa di più a favorire i divorzi e gli aborti che la continuità della coppia e la nascita di figli (il tracollo demografico è come una gelata a primavera). Infine, la formazione dei giovani (sono una minoranza, oramai nessuno ci pensa più a loro, in particolare gli universitari) e la dignità dei poveri (immigrati compresi…). Mi piacerebbe che i candidati non dimenticassero almeno questi punti: solidarietà, giustizia, sostegno delle famiglie, dei giovani e dei più poveri. Insomma, favorire la pace sociale.

Augurare ad un vescovo “in bocca al lupo” è un po’ banale: cosa vuole che le auguriamo, oltre che Buona Pasqua? Cosa si sente di augurare a noi forlivesi?
Di credere al futuro, di essere vivi e pieni di speranza. Di favorire la comunione e di non dare ascolto a coloro che mettono gli uni contro gli altri. Le divisioni non portano da nessuna parte! Buona Pasqua! 

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