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La distruzione della chiesa di San Biagio 75 anni dopo: una messa ricorda le vittime del bombardamento

Polverizzata da una bomba ad alto potenziale fu anche la quattrocentesca chiesa di San Biagio

Settantacinque anni fa, quando Forlì pensava che la devastazione della guerra fosse ormai alle spalle, nel tardo pomeriggio del 10 dicembre 1944, una ultima ventata di violenza investì la città, con il bombardamento tedesco che seminò ancora una volta morte e distruzione. Polverizzata da una bomba ad alto potenziale fu anche la quattrocentesca chiesa di San Biagio, al centro della devozione dei forlivesi, vero e proprio scrigno d’arte sacra che custodiva tante opere della creatività di artisti ispirati dalla fede (si pensi alla cappella Feo con gli affreschi che videro presumibilmente all’opera insieme Melozzo degli Ambrogi e l’allievo Palmezzano).

Il bombardamento, dal blog "Forlì, ieri e oggi" di Piero Ghetti

Per questo la Parrocchia di San Biagio e l’Opera Salesiana di Forlì hanno organizzato per martedì alle 18 una messa in suffragio delle vittime del bombardamento, "nella consapevolezza che settantacinque anni fa il male e la morte non hanno vinto". "A distanza di settantacinque anni, quando sono sempre meno i testimoni di quel che accadde in quel pomeriggio del ’44, non vogliamo semplicemente commemorare, ma affermare che questo luogo, rinato dopo la distruzione e attorno al quale fioriscono opere educative, culturali e formative, è segno tangibile che nulla può cancellare la speranza di continuare ad incontrare e a vivere la fede cristiana nella nostra vita", viene spiegato. 

La chiesa

La bellezza della chiesa era tale che, nel suo viaggio in Europa tra il 1781 e il 1782, il futuro Zar Paolo I, figlio di Caterina la Grande di Russia, in cammino verso Roma, sostando a Forlì, andò a visitare la chiesa insieme alla moglie Maria, ammirando in particolare  il sepolcro di Barbara Manfredi (oggi a san Mercuriale) e la grande tela dell’ Immacolata Concezione di Guido Reni, (sopravvissuta alla tragedia del ’44). Ma oltre alla distruzione di questo spazio sacro, terribile fu la perdita di vite umane, quelle dei fedeli che si erano attardati in chiesa dopo la conclusione della funzione pomeridiana. Venti esistenze travolte dalla furia della guerra; tra le vittime il più anziano fu il salesiano don Agostino Desirello, 59 anni, i più giovani, tre bimbi, Maria Luisa Partiseti,6 anni, con il fratellino Giuliano di 4 anni e Liliana Aguzzoni di 5.

Con la consueta energia per fronteggiare  questa spaventosa rovina si spese don Pietro Garbin, direttore dell’Opera salesiana, dal 1942 stabilmente insediatasi in città e alla quale era affidata la parrocchia. A lui che già si era distinto nel sostegno e nella protezione ai deboli e ai perseguitati durante il conflitto sarebbe toccato il duro  compito della ricostruzione morale e materiale. La chiesa, ricostruita completamente secondo sobrie linee negli anni del  dopoguerra, con il suo interno che accosta  ad interessanti opere d'arte contemporanee le superstiti opere del passato di Reni, Palmezzano e Menzocchi, per i forlivesi appare oggi nella sua risurrezione come una rivincita contro la distruzione che cancella ogni memoria.

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