La lettera aperta di una famiglia con un'anziana positiva alla Drudi: "Troppe domande senza risposta"

"Mia suocera è ospite della casa di riposo Drudi di Meldola ed è positiva al Covid, come oltre la metà dei centoventi anziani attualmente ospiti. Troppi. Come diversi operatori che lavorano all’interno, cui va la solidarietà di tutti"

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di ForlìToday

Mia suocera è ospite della casa di riposo Drudi di Meldola ed è positiva al Covid, come oltre la metà dei centoventi anziani attualmente ospiti. Troppi. Come diversi operatori che lavorano all’interno, cui va la solidarietà di tutti. Troppi. Pur con il rispetto che si deve a chiunque organizzi lavoro e impresa,  noi che abbiamo anziani al suo interno ci facciamo domande. Che partono da una considerazione: l’assistenza agli anziani non è opera caritatevole ma un solido business. Se non fosse così non ci sarebbe la corsa che c’è a gestire case di riposo e ad aprirne di nuove. Sull’entità dei costi a carico delle famiglie, talvolta parzialmente mitigati dall’intervento pubblico, basta chiedere a chiunque abbia o abbia avuto anziani ospiti. E dunque a costi e incassi elevati debbono corrispondere elevata professionalità e rigore organizzativo. 

Lungi da me discutere la professionalità “ordinaria” esercitata alla Drudi, la questione è che le esigenze cambiano in tempi di Covid. E’ qui che si aprono gli interrogativi, perché se a Febbraio 2020 le case per anziani furono travolte dall’emergenza fa riflettere il fatto che alla Drudi ciò si ripeta, anzi l’emergenza sia  addirittura peggiore, un anno dopo. Un anno trascorso preparandoci al Covid. Nel forlivese nella primavera 2020 la struttura per anziani più colpita fu la Zangheri. Chi se ne occupò stabilì che il primo problema da affrontare era quello di istituire una direzione sanitaria stabile e organizzata. Una struttura di grandi dimensioni non può non averla. La Drudi non può permettersela? Non ne ha bisogno? Alla Drudi operano medici stimati ma la cui presenza, essendo essi impegnati soprattutto diversamente, non può essere costante.

I protocolli che l’azienda immagino applichi sono stati rispettati? C’è personale a sufficienza per l’emergenza, è adeguatamente formato e informato? Le dotazioni strutturali sono adeguate? Me lo chiedo anche perché alla Drudi si è verificato ripetutamente che gli anziani ospitati in settori non ancora colpiti dal Covid siano stati infettati quando, in teoria, si sarebbe dovuto trattare di compartimenti stagni e rigidamente separati dagli altri. Era inevitabile avvenisse? Se lo era qualcuno lo dica, ce ne faremo una ragione. Se non lo era qualcuno spieghi. 
Adesso leggo in un comunicato, si sta organizzando all’interno della Drudi una presenza medica e infermieristica della Ausl. Andava allestita prima? L’Asl andava allertata prima? Era l’ Asl a dover intervenire prima? 

L’ultima questione è quella del rapporto con le famiglie, che non frequentano i propri vecchi da un anno, salvo un intervallo estivo, e che non entrano alla Drudi da mesi. Superfluo descrivere l’angoscia delle famiglie e quella dei vecchi, la cui solitudine è spesso tangibile e straziante. In queste condizioni occorrerebbe fare l’impossibile per garantire canali di collegamento tra azienda e famiglie. Mi è capitato di telefonare alla Drudi, non ho trovato dall’altra parte persone scortesi. Ma più d’una volta persone che dicevano d’essere non sufficientemente informate, che dichiaravano di dover aspettare il medico che sarebbe arrivato la sera, di non essere autorizzate a parlare. Persone il cui lavoro non è evidentemente comunicare con la gente. Che probabilmente fanno benissimo altro ma non quello. Meritevole l’utilizzo delle video chiamate con gli anziani ma le famiglie, perdonatele, vorrebbero notizie che gli anziani non possono fornire. Un’azienda di quelle dimensioni (perché di azienda parliamo e sarebbe improprio presentarla diversamente) si dovrebbe organizzare di conseguenza quando ha tanti ospiti contagiati, altri trasferiti ai reparti Covid ospedalieri, altri morti con il Covid. A casa ci si chiede cosa sta succedendo, cosa succederà. Devi capire, azienda, che con l’angoscia la forma diventa sostanza. Ti devi strutturare per rispondere ai singoli e, nel rispetto della privacy, a fornire un flusso informativo pubblico costante. Senza che si debbano attendere i periodici comunicati del sindaco, inevitabilmente indirizzati a dati statistici e alla compassione umana.   

E’ inutile precisare che tutto ciò lo dico senza alcun giudizio politico, cui non sono interessato e che riterrei totalmente fuori luogo. Per quel che conta la mia opinione il sindaco di Meldola è persona capace e di cuore, lo immagino molto coinvolto e gli sono vicino. Anzi, credo che i sindaci delle nostre comunità si siano mostrati pilastri della emergenza e che stiano mettendo con senso del dovere petto e faccia a difesa di molto, forse talvolta di troppo. So anche che  non servono maestrini che si mettano a scrivere, accusare, fare i bravi. Questa cosa che stiamo affrontando è più grande di noi. Ma per quanto mi riguarda le domande rimangono. Speriamo tanto che i nostri vecchi ce la facciano, diversi sono volati via. Qualcuno dirà che prima o poi in paradiso ci devono andare tutti. Ma vorremo che ci potessero andare accompagnati dall’affetto dei loro cari e con la certezza che tutti abbiamo fatto quel che potevamo. 

Mario Russomanno

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