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Venerdì, 19 Agosto 2022
Cronaca

La storia: il chiostro di San Mercuriale tra (troppa) luce e molte ombre

La prima contraddizione è già nel nome. Chiostro, dal latino "claustrum", significa cortile interno di chiesa o convento delimitato da un porticato. A San Mercuriale, nel 1941 è apparso un ibrido volutamente aperto su due lati.

La prima contraddizione è già nel nome. Chiostro, dal latino “claustrum”, significa cortile interno di chiesa o convento delimitato da un porticato. A San Mercuriale, nel 1941 è apparso un ibrido volutamente aperto su due lati. Il disegno di revisione razionalista di Forlì città del Duce avviato alla fine degli anni Venti, osò toccare un monumento, qual è il complesso abbaziale di San Mercuriale, risalente nientemeno che al Medioevo. La decisione di mettere in relazione le piazze Saffi e XX Settembre in vista dell’edificazione del nuovo palazzo di giustizia, pare sia stata suggerita dallo stesso Benito Mussolini: il capo del governo fascista, come riporta Ettore Casadei nella sua “Guida di Forlì”, avvallò la corrente di pensiero che sosteneva la necessità di “togliere lo scempio consumato sull’antico chiostro, abbattere i muri che celano la vista dell’armonico cortile rinascimentale, dei loggiati e della classica cisterna; proteggere le arcate con un’artistica cancellata e far di questo luogo, tempio ed ara in onore dell’immortale spirito dei Martiri della Patria”.

La storia del chiostro di S.Mercuriale

Dalla demolizione del “claustrum” benedettino realizzato a partire dal 1585, si salvarono il colonnato interno e le 30 lunette con il ciclo pittorico della vita di Giovanni Gualberto, fondatore dei Vallombrosiani, affrescate tra il 1601 e il 1607. Arriviamo al 1939, l’anno d’inizio dei lavori di “restauro” del chiostro, operati su progetto di Gustavo Giovannoni. “I dipinti – scrive Ulisse Tramonti nel suo “Itinerari d’architettura moderna” - furono staccati e trasportati su centine di legno e lastre di eternit per poter essere restaurati”. Ritornati nella posizione originale al termine dei restauri, si deteriorarono in tempi brevissimi a causa dell’innaturale esposizione alle intemperie. Il successore di don Pippo Prati, monsignor Bruno Bazzoli, riuscì a salvarne una ventina trasferendole in chiesa. Il loro degrado era comunque avanzato, tanto che monsignor Quinto Fabbri, parroco di San Mercuriale dal 1995 al 2007, le ha riavviate a nuovo e difficile restauro. Il rifacimento del chiostro, anticipato dall’impietosa demolizione della canonica su Piazza Saffi, del Pavaglione della Seta su Piazza XX Settembre, della vecchia sacrestia e della cosiddetta Camera dell’Abate, ha creato un singolare ibrido architettonico.

Del vero “claustrum” vallombrosiano rimane solo la prima fila del triplice colonnato. Risale invece al 1942 la convenzione con qui l’Amministrazione comunale spossessò l’abbazia del chiostro. Il 30 agosto 1952, l’allora abate don Pippo Prati ritornò proprietario di tutto ciò che non fosse piano di calpestio, rimanendo pertanto al Comune ogni potere circa la limitazione o meno dell’accesso. Che il monumento andasse preservato, almeno di notte, apparve chiaro ai più. Il primo tentativo di chiuderlo parzialmente con una cancellata, su progetto di Sergio Selli, fu vanificato dallo stesso Consiglio Comunale nell’infuocata seduta del 9 marzo 1959. Nell’agosto 1999, sulla scia dell’ennesimo atto di vandalismo, con la deturpazione del pozzo seicentesco posto al centro del chiostro, Alfonsino Badini, presidente del Rotary Club di Forlì, ripropose il progetto di chiusura con cancellate artistiche già offerto alla città nel 1991. Ma anche quella volta ci fu il nulla di fatto. Negli ultimi tempi l’idea di chiudere, anche solo parzialmente, il chiostro è tramontata. Il Progetto di Cultura Etica del Club Unesco Forlì “Adottiamo San Mercuriale”, appena presentato alla città, va nella direzione di rivitalizzarlo con iniziative di qualità per condividerne cura e valorizzazione.

Piero Ghetti

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