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Coronavirus, l'approfondimento

Long covid tra i bimbi, i sintomi da non sottovalutare: "Possono durare mesi. Serve anche supporto psicologico"

L'INTERVISTA - Long covid tra i bimbi. L'approfondimento con Enrico Valletta, primario dell'Unità operativa di Pediatria dell'ospedale "Morgagni-Pierantoni" di Forlì

Visitare tutti i bambini e i ragazzi ci con una diagnosi sospetta o provata di Covid dopo quattro settimane dalla fase acuta dell’infezione per verificare la presenza di possibili sintomi di long Covid. E programmare, in ogni caso, anche in assenza di questi sintomi, un ulteriore controllo dopo 3 mesi dalla diagnosi di infezione per confermare che sia tutto normale o per affrontare i problemi emergenti, attraverso una valutazione approfondita degli stessi. Sono le principali raccomandazioni della Società Italiana di Pediatria rivolte ai pediatri di famiglia e ai genitori per monitorare e gestire i possibili casi di Covid a lungo termine tra i bambini e gli adolescenti. "Le conseguenze a distanza per i singoli individui che hanno contratto l’infezione possono essere prolungate e anche pesanti", evidenzia Enrico Valletta, primario dell'Unità operativa di Pediatria dell'ospedale "Morgagni-Pierantoni" di Forlì.

Bimbi e contagi, dottor Valletta come sta evolvendo la situazione?
La diffusione del contagio è senz’altro in miglioramento anche nei bambini come, d’altra parte, sta accadendo un po’ per tutte le fasce d’età. Nonostante questo, la frequenza delle positività nei bambini e negli adolescenti è ancora più alta che negli adulti. Evidentemente scontano l’ancora scarsa copertura vaccinale complessiva.

Ci sono stati nelle ultime settimane casi di ricovero?
Sì, ne abbiamo avuti diversi, per lo più di bambini piccoli ma con ricoveri brevi e poco impegnativi. Molto diverso è stato l’impegno per qualche forma infiammatoria post-Covid, la MIS-C che si conferma malattia potenzialmente grave e certamente da non sottovalutare.

Il peggio pare quindi alle spalle…
Per il momento sembra di sì, almeno dal punto di vista epidemiologico per quanto riguarda la diffusione del virus. Come abbiamo visto, però, le conseguenze a distanza per i singoli individui che hanno contratto l’infezione possono essere prolungate e anche pesanti.

Tuttavia capita anche che il Covid non finisca col semplice risultato del tampone negativo. Bisogna fare attenzione agli strascichi lasciati dall'infezione, esatto?
Certo, è quello a cui accennavo poc’anzi. Le complicanze a distanza possono essere di tipo infiammatorio generalizzato - la MIS-C, appunto – oppure con manifestazioni che raggruppiamo genericamente sotto la definizione di long-Covid. Si tratta, per queste ultime, di disturbi prolungati del sonno, della concentrazione, cefalea, stati d’ansia, stanchezza, dolori addominali, modificazioni dello stato emotivo. Possono interferire significativamente sulla qualità di vita, con la frequenza scolastica e più in generale con la vita sociale.

Quanto possono durare i sintomi?
La durata è variabile, ma vediamo che possono prolungarsi anche per diversi mesi.

Come vengono curati?
Il long-Covid richiede un approccio diagnostico-terapeutico che coinvolge il proprio medico curante anzitutto e successivamente i servizi di di supporto neuropsichiatrico e psicologico. Occorre applicarsi su una riabilitazione psico-comportamentale che restituisca il ragazzo o la ragazza ad un normale funzionamento nella vita di tutti i giorni. E’ questo un aspetto che sta impegnando i servizi in maniera rilevante e prevedibilmente prolungata nel prossimo futuro.

Oltre a malesseri fisici c'è un altro aspetto da non sottovalutare: le conseguenze psicologiche
In questo momento, le conseguenze psicologiche sono quelle che richiedono maggiore attenzione perché oltre agli effetti diretti e a distanza dell’infezione da Sars-Cov-2, i giovani hanno dovuto confrontarsi con un duro periodo di limitazione della loro vita sociale e di relazione. Tutto questo non è trascorso senza conseguenze e lo possiamo osservare pressoché quotidianamente nelle richieste di aiuto che ci pervengono sempre più frequenti.

A Forlì avete riscontrato casi di long covid?
In senso generale, come disturbi della sfera emotiva e psicosomatica, senz’altro sì anche se distinguerne la causa scatenante non è sempre facile. Spesso gli eventi infettivi e psicologici di questo periodo vanno ad incidere su fragilità preesistenti e le slatentizzano.

Questo aspetto evidenzia quanto la vaccinazione sia fondamentale per proteggere i bimbi da conseguenze a lungo termine…
La vaccinazione sta cambiando la storia di questa pandemia e ci ha consentito di limitare per quanto possibile i danni nonostante la persistente circolazione del virus e delle sue varianti. Le conseguenze di questa pandemia sui bambini sono state forse sottovalutate e solo adesso iniziamo ad apprezzarne le dimensioni reali.

Il 24% dei bimbi tra i 5 ed 11 anni ha ricevuto almeno una dose di vaccino. Come giudica questo dato?
Senz’altro speravamo in una maggiore adesione, ma qualche spiegazione per questo risultato è possibile trovarla. L’inizio della vaccinazione nei più piccoli ha coinciso con il picco di massima diffusione del virus, molti lo hanno contratto spontaneamente e altri sono stati coinvolti in ripetuti periodi di quarantena familiare o scolastica. Ora, l’inizio della primavera e l’abbattimento della curva epidemica stanno probabilmente contribuendo a ridurre la motivazione dei genitori.

Ci sono ancora perplessità da parte dei genitori?
Le perplessità che comunque persistono in alcuni, la sensazione che le cose stiano andando meglio e la speranza che l’estate ci aiuterà a risolvere tutti i problemi tendono a farci sottovalutare l’importanza della vaccinazione. Non abbiamo alcuna certezza, tuttavia, che il virus non possa ricomparire, in una qualche forma, dopo l’estate e a quel punto essere vaccinati potrebbe ancora una volta fare la differenza.

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