I suoi sogni a Londra bloccati dal Coronavirus: "Se tutto chiude, qui non si vive senza stipendio"

Martina Vestrucci lavora a Londra da ormai 5 mesi; il coronavirus ha bloccato la città, e ora è necessario decidere cosa fare: cercare di tornare a Forlì a tutti i costi, o stringere i denti e resistere alla crisi?

Tra i tanti italiani che vivono nell'incertezza a Londra per quello che succedererà c'è Martina Vestrucci, 25 anni, educatrice sociale e culturale che è partita per Londra a ottobre scorso per cambiare aria, imparare a cavarsela da sola e imparare la lingua inglese: "Volevo un'esperienza a 360 gradi: sono partita da sola, qui non ho parenti, né amici." Partita agguerrita con il suo plico di curriculum, pochi giorni dopo lavorava già come cameriera. Un lavoro duro che la assorbe, in un ristorante italiano a Nottinghill, Chuck's. Lo staff è tutto italiano e così, per migliorarsi ancora di più nell'inglese, Martina decide anche di iniziare una scuola di inglese. Si sente da come parla che è molto fiera di tutti questi sacrifici, del fatto di essere indipendente. Un sogno che si realizza come ce ne sono tanti fra i nostri ragazzi che si spostano all'estero e si reinventano ripartendo da zero.

La svolta in questa storia coincide con le ferie di Martina, che ha preso per tornare a casa l'8 marzo. È a casa con i suoi da nemmeno un giorno quando arriva la notizia che tutta l'Italia è zona rossa. "Ero partita lo stesso, nonostante la situazione, perché speravo nel meglio, che non chiudessero tutto, e invece... a quel punto, temendo di non poter tornare indietro, perché comunque avevo ancora tutto qua, ho preso uno dei pochi voli che c'erano ancora mercoledì e sono tornata a Londra". "Da quel mercoledì" racconta Martina "sono iniziate le mie due settimane di autoisolamento. Mi sembra di essere chiusa in casa da un mese, ma sono sette giorni! Esco ogni tanto nel parco sotto casa per prendere una boccata d'aria e per fare la spesa, ma ultimamente neanche quella, perché naturalmente si sta verificando anche qua la stessa situazione che c'era in Italia all'inizio."

Ci immagineremmo i londinesi a scrollare le spalle e a fare una delle loro battute british di fronte all'idea di una pandemia. Invece la storia che racconta Martina è diversa ma, in qualche modo, molto più realistica: "Sono andata due volte al supermercato vicino a casa: la prima, per forza di cose ho fatto la spesa, ma c'erano gli scaffali vuoti ed era pieno di gente; la seconda volta mi sono affacciata, ho visto la situazione e sono tornata indietro: qua non si mettono ancora le mascherine, si accalcano per fare la fila. Fortunatamente ho un minimarket sotto casa dove posso recuperare pasta e sugo e lì mi sento più sicura perché non c'è tutto quell'assembramento."

In generale, quindi, si può dire gli abitanti di Londra, o almeno di North Kensington – la zona di Londra in cui vive Martina – non hanno ancora realizzato la gravità della situazione.
"Dal mio punto di vista posso dire che è così. Hanno deciso da poco di chiudere le scuole. Io abito a due passi da una scuola, quindi vedo i genitori che vanno a prendere i bambini, creando queste folle, poi ho un parco vicino, c'è anche un campo da calcio e si vedono ragazzi che giocano... Da quel che vedo io, la preoccupazione non c'è, o se c'è non l'hanno ancora messa in pratica. Niente mascherine, ma tutti stanno facendo le scorte e la fila in farmacia... Saranno preoccupati, ma ancora non esitano di certo a uscire."

E si comportano così, nonostante sappiano che l'Italia è ferma, così come la Spagna, e che il coronavirus si sta diffondendo ovunque in Europa?
"Ieri facevo la spesa sotto casa e ho sentito la proprietaria raccontare che stanno svuotando anche le farmacie, e ha aggiunto "come in Italia". Siamo presi non tanto come esempio, ma in considerazione sì, la sento questa cosa. Anche i miei coinquilini mi chiedono "come va in famiglia?" E io gli dico "mi raccomando state a casa, guardate che in Italia non si può più uscire neanche per una passeggiata!"... Faccio un po' da portavoce, perché mi sento in dovere di raccontare un po' meglio la verità."

C'è da chiedersi se la comunicazione riguardo a ciò che sta avvenendo in Italia sia diversa rispetto a ciò che senti raccontare da genitori e amici...
"Secondo me non se ne rendono conto. Magari stanno vivendo la stessa fase che abbiamo vissuto noi all'inizio. Svuotiamo i supermercati, svuotiamo le farmacie, però continuiamo a vivere normalmente. Secondo me l'esplosione di paura che abbiamo avuto noi, che un po' ci ha bloccato, oltre ai divieti naturalmente, qua ancora non c'è. Però credo e spero che arrivi: i ristoranti sono ancora aperti, Johnson ha solo sconsigliato di andare, però leggo di librerie che chiudono, musei chiusi, e quindi dei passi ci sono."

Le giornate, che siano a Forlì o a Londra, scorrono ugualmente lente. Soprattutto ora che non lavori... come passi il tempo?
"Sì, i tempi sono molto lunghi, a volte non so come ho fatto a fare sera! Non mi lamento, però è logico che non è neanche una situazione desiderabile. Fortunatamente mi piace leggere: adesso sto leggendo Jane Eyre e mi piace molto, essendo anche un libro molto lungo almeno mi tengo impegnata...! Leggo, guardo Netflix, un po' come tutti, e poi chiamo i genitori, le amiche, la nonna, la sorella... faccio videochiamate..."

Cosa pensano i tuoi e le tue amiche della situazione in cui ti trovi? Sono preoccupati per te?
"Preoccupazione non ne avverto e non me ne mettono, penso di essere fortunata da questo punto di vista. Quando chiamo i miei genitori e parlo delle mie incertezze sul da farsi, non mi caricano di ansia, anzi mi supportano e cercano di dirmi di vedere come si evolve. Le mie amiche mi stanno tutte molto vicine, mi chiedono come va, mi sostengono, e alcune mi dicono anche che se trovo un modo meno costoso, dovrei provare a rimanere qui, piuttosto che tornare in Italia e lasciare tutto, perché se decido di tornare sarebbe una chiusura, anche se solo momentanea."

Dove ti trovi adesso?
"Vivo a North Kensington, sono fortunata: riesco ad andare a lavorare a piedi perché è a un quarto d'ora da Notting Hill. Ho una stanza spaziosa, anche questa è una fortuna. Con i miei coinquilini non ci vediamo mai, non abbiamo un salotto quindi non c'è un vero e proprio momento di aggregazione, anche la cucina è molto piccolina, quindi magari se so che c'è qualcuno lì non ci vado, è sempre stato così. In casa con me abitano una coppia spagnola, un nigeriano e una ragazza di origini sudamericane che però vive qua da tanti anni. Diciamo che magari con alcuni si fanno due chiacchiere, ma non si è mai formato un gruppo. Lavorando tanto, poi, in casa non c'ero mai e se ero libera uscivo oppure stavo in camera perché ero a pezzi: generalmente lavoravo 45 ore in media in 5 giorni lavorativi. Una volta per curiosità ho utilizzato il contapassi del cellulare che tenevo nella divisa, alla fine del servizio avevo fatto 20 km!"

Com'è la situazione con il lavoro?
"Il mio ristorante ha chiuso due giorni fa, e dovrebbe riaprire il 26 che è poi il giorno in cui io finisco l'autoisolamento, però sarà molto difficile una riapertura, credo si vada verso una chiusura totale. Temo resterà chiuso, non si sa per quanto, e non si sa soprattutto come saremo tutelati noi lavoratori come stipendio. Questo è il vero problema: senza stipendio l'affitto non si paga e qua costa tantissimo vivere, e quindi il problema che affligge me come tutti, è come fare a rimanere qua?".

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Tu vorresti rimanere...
"Sì, ma sto considerando un po' tutto. Mi piacerebbe rimanere, perché è un'esperienza che mi sta veramente a cuore e vorrei tanto poterla continuare, seppur consapevole che il periodo di fermo ci sarebbe anche qua. Vorrei comunque provare a rimanere qui, nel miglior modo possibile per poi, quando tutto ripartirà, essere ancora qui. Però d'altra parte ci sono problemi oggettivi come la mancanza di lavoro e di soldi per l'affitto e via dicendo. Se non trovo una soluzione alternativa al mio affitto, credo che tornerò in Italia."

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