Addio a Deroide Zattini, presidente dell'Anpi di Civitella e Cusercoli

"E' stato un grande uomo, buono, romantico, antifascista e dal sorriso dolcissimo", ricorda il nipote

Si è spento Deroide Zattini, presidente dell'Anpi di Civitella e Cusercoli. E' stato un punto di riferimento per tutta Civitella ed i comuni della valle del Bidente - ricorda commosso il nipote 25enne Sebastiano Battaglino -. E' stato un grande uomo, buono, romantico, antifascista e dal sorriso dolcissimo".

Partigiano combattente dell'ottava brigata garibaldi, con ruoli di comando della prima zona comprendente il territorio del comune di civitella. Ha collaborato alla Liberazione di Civitella, Cusercoli e Meldola, indicando agli alleati la strada da percorrere per liberare anche Predappio. Presidente della sezione locale dell'anpi da sempre, attivo bandista nella banda Normando Maurizi di Civitella, con il suo clarinetto indimenticabile. Si trasferì a Torino nel 1954, e ritornò a Civitella nell'80, dove si impegnò costantemente per il paese, con la sua amata moglie Maria, che purtroppo è scomparsa pochi mesi fa.

Battaglino ha lasciato un ricordo scritto, che ForliToday pubblica totalmente.

"A Deroide,
zio, partigiano, antifascista, comunista, dal sorriso dolcissimo.

Lo zio Deroide aveva iniziato a fumare a dodici anni. E sostanzialmente non aveva mai smesso. Però il fiato per suonare il clarinetto non gli è mai mancato. A tutte le celebrazioni che si tenevano a Civitella lo esibiva con orgoglio, mentre sfilava con la banda. Più o meno alla stessa età perse la falange di un dito, mentre lavorava in un mulino. A 19 anni si era fatto partigiano e combatteva contro i nazifascisti per la liberazione dell'Italia sull'Appennino tosco-romagnolo. Dopo la guerra, prima di giungere al Lingotto, a Torino, come operaio della FIAT, aveva lavorato nelle miniere del Belgio con mio nonno, suo fratello. L’uno comunista, l’altro socialista. Maturata la pensione, lo zio Deroide, era tornato con la zia Maria a Civitella di Romagna (in provincia di Forlì), nella tranquilla Valle del Bidente, dove è cresciuta mia madre e dove io e mia sorella abbiamo passato tante estati e ci siamo di fatto recati a weekend alterni fino ai 14 anni.

Dalla industriosa Vicenza partivamo per stare in compagnia di nonno Germano, prima operaio e sindacalista della Cgil, ed infine assessore del Comune di Civitella; e con nonna Annunziata, cuoca appassionata, divoratrice di romanzi, la quale faceva la parrucchiera, aveva vinto due volte il Pettine d’Oro ed era nata a Predappio, la città natale di Mussolini. A differenza di Deroide e della zia Maria, loro, quel paesino di 3000 anime, non lo avevano praticamente mai lasciato.  Molto del romanticismo un po’onirico e d’altri tempi che spesso mi accompagna, lo devo a loro, a quei luoghi. Se oggi mi commuovo pensando allo zio Deroide, a quegli anni, ai volti dei civitellesi alla messa domenicale e poi subito in fila alla rosticceria della Luciana, od alla processione della Via Crucis, alla fiera di Ognissanti intenti a riempirsi le tasche di “scroccadont” (cantuccini) da inzuppare nel vin brulè è anche un po' per questo. E’ per la nostalgia di un mondo che mi sembra lontano anni luce. Un microcosmo fatto di rapporti umani autentici, di solidarietà, di persone gentili e semplici, con i loro rituali e le loro abitudini paesane. Come si conviene alle piccole comunità rurali, distanti dal caos e dalle amenità della città.

Spesso il nonno ci portava in giro, a bordo di una vecchia Fiat Uno, per il Monte Girone, alle cui pendici si trova per l’appunto Civitella. Ricordo ancora la superficie ruvida dei sedili e l’odore di tabacco di quelle sigarette che era sempre riuscito a non farci vedere fumare. In primavera si andava a cogliere le more tra i rovi; le pesche, le albicocche e le ciliegie in estate e le castagne ed i funghi in autunno. A volte accompagnavo lui e lo zio nel campo di Renato, dove invece abbondavano le zucche e le angurie, a seconda della stagione. Renato era il proprietario del bar del paese, in cui la domenica tutti i pensionati di Civitella si riversavano per tifare il Bologna. Se penso a quei volti sono sicuro che nessuno, a parte Don Aldo o Don Urbano, votasse DC. Anzi probabilmente Don Urbano votava comunista. O, perlomeno, mi piace immaginarmelo così. Ad ogni modo, altre attività ludiche che allietavano le nostre spensierate giornate, comprendevano il gioco della briscola, la dama e, per mia sorella, ricamare con mia nonna e le sue amiche nel giardino di casa. Qualche volta giocavo anche a pallone nel campetto vicino con gli altri ragazzi del paese, tra cui vi erano molti ragazzi Albanesi. Molti di loro, seppi più tardi, erano figli di immigrati sbarcati nel porto di Bari con la Vlora, nel ‘91, a seguito della caduta del regime comunista e la dichiarazione da parte di Ramiz Alia della Repubblica di Albania. Tra questi, diversi avevano trovato impiego nelle pollerie “del Campo” (oggi di proprietà dell’Aia), a Santa Sofia.

Il campetto si trovava esattamente a metà strada tra la casa dello zio Deroide e quella dei nonni, su Via Aldo Moro. La via fa parte della SP4, la provinciale che porta da Forlì fino al passo del Carnaio, ovvero il valico che, alle spalle di Bagno di Romagna, conduce a Firenze. Quando la piadina (con rigorose ed abbondanti dosi di strutto), i passatelli in brodo, le tagliatelle al ragù o gli spiedini di pesce (esclusivamente il Venerdì) erano pronti, la nonna cominciava a gridare e sbracciarsi dal balcone. “Burdel, l’è pront!” Ed io, tra le risa di scherno dei miei compagni di gioco, correvo a tavola. In realtà mi chiamava “Chicco”, ma è un soprannome che ho sempre odiato e forse è questo il vero motivo per cui i miei amici se la ridevano alle mie spalle. Ricordo una volta in cui mia sorella ed io volevamo portare dei fiori alla nonna, e lo zio Deroide, il quale aveva capito che si trattava di una sorpresa, ci svelò un posto - segretissimo! - dove poter raccogliere i "tromboni" (le giunchiglie, in dialetto romagnolo).

Si trattava di una radura ad un paio di chilometri da casa, sulla dorsale Est della vallata. In un posto dove oggi, se non ricordo male, si trova una piantagione di cachi. Avevamo all'incirca 10 anni. Io presi un secchio dal garage e la bici del nonno. Un po' troppo alta per me a quell'età. Si trattava di un reperto della seconda guerra mondiale. Dico davvero.  Non ricordo bene che bici avesse mia sorella, invece, ma andava sicuramente più veloce di quell’affascinante rottame. “Le ho trovate, le ho trovate!” Mi gridò dal basso della discesa che portava alla radura.  Io, eccitatissimo per aver portato a termine la nostra ricerca, mi fiondai giù per la china. Nella foga il secchio che tenevo tra la mano ed il manubrio cadde, intercettando la mia traiettoria. I freni, troppo duri per le mie manine, non mi permisero di evitarlo e, sbalzato dalla sella, strisciai con tutto il labbro inferiore almeno cinque metri del selciato. All’epoca non avevamo i cellulari, quindi niente soccorsi fino a quando non fossimo arrivati a casa. Mia nonna andò su tutte le furie. Se la prese con lo zio Deroide per averci permesso di avventurarci tanto lontano, prima di portarmi all’ospedale per i canonici punti di sutura. Non credo mio nonno seppe mai di questa storia, perché purtroppo era ricoverato all’ospedale di Santa Sofia, a causa del tumore che poi ce lo portò via.

L’indomani andai dallo zio Deroide, il quale era un po’ incupito per quello che era successo e stava innaffiando le verdure del suo orto. Corsi giù per la rampa che portava dietro la casa e lo abbracciai. Gli dissi di non avercela a male, che avevamo trovato il posto dei tromboni e che era colpa del nonno che non si era curato di oliare la bicicletta l’ultima volta. Mi prese in braccio e cominciò a raccontarmi che lui ed il nonno, alla mia età, la bicicletta non l’avevano, perchè il bisnonno Arturo non se la poteva permettere. E per racimolare qualche spicciolo andavano su e giù per la valle del Bidente a vendere carbone e lupini, spingendo un carretto. Adoravo sentire le storie del nonno Germano e dello zio Deroide. Mi sembravano così lontane e surreali; fatte di una povertà che io non ho mai conosciuto anche e soprattutto grazie a loro. Di una povertà e di una fatica che loro non sembravano avere invece mai patito, né mai percepito. Ed infatti non gli mancava mai il sorriso. Soprattutto allo zio Deroide. Lo zio Deroide quando sorrideva sembrava un bambino. Non aveva un filo di barba e aveva due occhi grandissimi. Così come il nonno. Sarà per questo che anche io, oggi, sulla soglia dei 26 anni, quando mi rado sembro un fanciullo. Comunque stavo dicendo delle loro storie.

Li potevo ascoltare per ore. Non lo dico per ossimoro. Ore, ore lunghissime. A volte anche notti intere. Come se vi fosse in loro un ardente bisogno di farlo. Da un lato, coscienti dell’importanza pedagogica e storica del trasmettere i loro ricordi; dall’altro, come necessitati da una volontà di metabolizzare quel dolore che, per quanto cronologicamente lontano, si ripresentava ciclicamente nella loro memoria. Ed io non mi stancavo mai di ascoltare. L’uno della guerra in Grecia e in Albania, della successiva prigionia in Germania, delle scorze di patate che gli davano da mangiare per settimane i tedeschi dopo avergliele fatte rigorasamente sbucciare per loro e delle volte che aveva provato invano a scappare. Per unirsi anche lui alla Resistenza.  Di quanto aveva dovuto camminare per tornare in Italia dopo l’armistizio della Germania, dello strazio nello scoprire che nel frattempo il padre era morto, il mulino di Ginizzo in cui era cresciuto distrutto, e tanti amici e compagni caduti sotto i bombardamenti e nei rastrellamenti delle camicie nere e dei soldati tedeschi. L’altro delle notti gelide passate nascosti sugli Appennini, aspettando che qualche d’uno dalla valle portasse loro viveri, vestiti, armi, informazioni, mentre programmavano il prossimo raid per condurre, azione dopo azione, l’Italia vero la Liberazione. Ora vorrei che fossero quì, per ricordarmi il loro sacrificio ed il sacrificio soprattutto di coloro che quelle storie ai loro figli, nipoti e pronipoti non le hanno mai potute raccontare. Per risentirle ancora, un’ultima volta e scolpirle nella memoria per sempre. Con lo zio Deroide se ne va, per me, l’ultimo pezzo della mia Civitella. Di un pezzo della mia fanciullezza. L’ho realizzato nel momento in cui mia madre mi ha telefonato per dirmelo. La zia Maria se n’era andata pochi mesi prima dopo una lunga malattia mentre i miei nonni mancavano già da parecchi anni".

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