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Morte di Alina, la madre dice 'no' al patteggiamento: "Non si farà neanche un giorno di carcere"

Dice risolutamente "no" alla richiesta di patteggiamento che l'avvocato della difesa ha chiesto l'8 ottobre scorso nella prima udienza preliminare del processo per la morte di Alina Marchetta, uccisa in un incidente stradale

Dice risolutamente "no" alla richiesta di patteggiamento che l'avvocato della difesa ha chiesto l'8 ottobre scorso nella prima udienza preliminare del processo per la morte di Alina Marchetta, uccisa in un incidente stradale in viale Salinatore il 7 aprile 2019 da Martina Mercuriali. La pena concordata al vaglio del giudice sarebbe intorno o inferiore ai 4 anni. Una scelta che ha fatto cadere nella disperazione mamma Sanda Sudor, che ha scritto al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “Una richiesta che affonda le dita nella mia ferita. Qualora il giudice accolga la richiesta del PM, la condanna non sarà mai quattro anni effettivi. Date le disposizioni legali vigenti, l’omicida non trascorrerà nemmeno un giorno in carcere. Lei, illustrissimo Presidente, sa che il patteggiamento è un procedimento speciale alternativo al rito ordinario che consente all’imputato di trovare una soluzione preliminare con la Procura sull’entità della pena da scontare. I veri condannati, ma non a una pena detentiva, bensì all’ergastolo del dolore, siamo noi, i familiari di Alina, impossibilitati a chiedere giustizia nelle aule di tribunale, dove grazie a benefici e riti alternativi, spesso non possiamo neppure costituirci parti civili".

L'Asaps è con la madre: "Non rendere inefficace il reato di omicidio stradale"

Ed ancora nella sua lettera a Mattarella: "Ormai non piango più perché sono già morta. Sono morta l’8 ottobre quando nell’aula del Tribunale di Forlì l’imputata ha chiesto il patteggiamento. La vita di Alina non vale nulla, addirittura si negozia come se ci si trovasse al mercato. Mi togli sei mesi lì, me ne aggiungi altri tre là: una cosa squallida e assurda per una vita spezzata all’improvviso, a causa della scelta scellerata di una persona che si è messa alla guida ubriaca e drogata. Il 22 ottobre, il tribunale di Forlì è chiamato a pronunciarsi sul patteggiamento che vale una vita umana. Lo Stato premia il colpevole solo per "risparmiare costi" e lo fa a scapito della vittima. Se chi uccide può patteggiare il prezzo di una vita, allora io non mi sento di dire che vivo in un paese civile. Se chi sbaglia non paga adeguatamente per il fatto commesso, si arriva all’irresponsabilità, che è anticamera dell’arbitrio. Se, da un lato, c’è chi accetta questo sistema squilibrato, tutto proteso a proteggere chi commette gravi reati e a dimenticare le vittime, dall’altra parte ci siamo noi, familiari di queste vittime innocenti, che non accettiamo queste vere e proprie ingiustizie. Presidente, confido in una Sua parola, in un suo intervento, perché, nonostante tutto, continuo a credere e sperare che l’Italia sia uno Stato di diritto, dove la vittima, ha gli stessi diritti del carnefice”. 

Sanda Sudor si è rivolta all’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada Onlus, che subito ha dimostrato la sua vicinanza: “Siamo categoricamente contro il patteggiamento in caso di omicidio stradale – afferma il presidente Alberto Pallotti -. Non devono essere concessi in nessun caso, gli imputati devono affrontare dei veri processi. Siamo davvero in una dimensione tragicomica. Non accettiamo che, per l’ennesima volta, si voglia sottrarre una persona alle sue responsabilità. Si presenti al popolo italiano, alla famiglia della vittima, a chi soffre per le conseguenze di comportamenti scellerati.  Ci batteremo in tutti gli ordini e gradi contro i quattro anni richiesti dal PM – conclude - ed annunciamo, in questa occasione, la nostra costituzione a parte civile nel processo”. 

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