rotate-mobile
Cronaca

Omicidio Severi, le piste alternative della difesa di Daniele: dalla bambola erotica lasciata per strada alle minacce al funerale

Il team difensivo composto dagli avvocati Maria Antonietta Corsetti e Massimiliano Pompignoli, lancia una serie di spunti, attingendoli da episodi precedenti, tra cui uno risalente ad un anno prima dell'omicidio

Un classico degli omicidi da libri gialli vuole che il primo sospettato, quello più ovvio e scontato, sia sempre il maggiordomo, anche se poi raramente il vero assassino è lui. E Daniele Severi ha sostenuto a più riprese, anche nelle sue spontanee dichiarazioni, di esserci finito lui in qualche modo in quella sorta di “ruolo del maggiordomo”, lamentando indagini che fin dalle prime ore sarebbero andate a senso unico nei suoi confronti, escludendo così altre potenziali piste e moventi. Su questo concetto si è imperniata la prima udienza interamente dedicata ai testimoni della difesa nel processo a carico di Daniele Severi, in corso in Corte d'Assise a Forlì (presidente Monica Galassi), per l'assassinio e decapitazione del fratello Franco, ritrovato seminudo in un dirupo a fianco della casa colonica di famiglia nelle colline di Civitella.

Bambola erotica in una cassa come avvertimento?

Quali altre piste alternative? Il team difensivo composto dagli avvocati Maria Antonietta Corsetti e Massimiliano Pompignoli, lancia una serie di spunti, attingendoli da episodi precedenti, tra cui uno risalente ad un anno prima dell'omicidio: il rinvenimento di una cassa a bordo strada con dentro una bambola erotica, lungo la strada comunale per Seggio, a circa un chilometro dal podere dei Severi. Scoperta da tre ciclisti, la cassa venne forzata con un piede di porco dai passanti, non senza ilarità quando scoprirono il contenuto, e intervennero sul posto i carabinieri.

Leggi le notizie di ForlìToday su WhatsApp

Per l'avvocato Corsetti sarebbe stato una sorta di avvertimento diretto a Franco definito come “assiduo frequentatore di prostitute”, una bambola erotica “con la testa recisa” (come è stato trovato decapitato il corpo di Franco) in una cassa che “sembra una bara”. Niente di tutto questo, però, per Marco Buconi, il comandante dei Carabinieri di Civitella, intervenuto sul posto: “La testa era smontata, la parrucca pure smontata, la cassa non assomigliava a una bara e all'interno non abbiamo trovato nulla, non c'erano biglietti, né niente che potesse indicare qualcosa di minaccioso”.

Ed ancora Buconi: “E' stata rinvenuta sulla strada comunale che porta alla frazione di Seggio, circa 150-200 metri dall'imbocco della via che porta su alla casa di Franco Severi, lontana dall'abitazione”. E l'avvocato della parte civile Max Starni con tanto di video documenta la distanza tra il punto di rinvenimento e la carrabile che saliva sulla collina del casolare dei Severi, “in quel momento ancora priva di sbarra”, precisa Starni e quindi transitabile da eventuali malintenzionati per depositare la cassa più vicino alla sua abitazione.

Processo Severi, udienza dei testimoni della difesa

La bambola erotica e la sua cassa vennero infine trattate come un abbandono di rifiuti e quindi prese in carico per lo smaltimento da operai comunali. La difesa di Daniele Severi è andata poi più volte, nelle sue domande, all'amicizia di Franco con un vicino di casa, il cui fratello era gestore di un night club a Panighina, frequentato negli anni passati dalla vittima, facendo balenare una possibile “pista sessuale” sulla sua morte. 

Franco minacciato durante un abbraccio al funerale

Seconda pista. Nel novembre 2017 Franco Severi, sempre alla caserma dei carabinieri di Civitella, sporge denuncia per uno degli incendi subiti (ne sono stati contati otto) che in pochi anni si sono susseguiti nella sua azienda agricola di Seggio. Il carabiniere, come di rito, gli chiede se ha ricevuto minacce di recente. E Franco tira fuori un episodio del giugno 2015, quando si recò al funerale di un giovane, morto con la moto, che si schiantò contro il suo trattore sulla Bidentina. 

Cita l'episodio sempre l'avvocata Corsetti: “Nel verbale del 2017 Franco Severi escluse di avere avuto mai minacce, spiegava di avere un rapporto turbolento col fratello Daniele e aggiunse che, nel corso del funerale del giovane deceduto nell'incidente stradale, fu avvicinato da un famigliare del ragazzo deceduto che lo abbracciò e nell'abbraccio disse 'Non devi dire che mio fratello andava forte, se no sai come va a finire'”, legge il verbale.

Che tipo di accertamenti vennero fatti su quella dichiarazione messa a verbale? “Non ricordo attività investigative attinenti”, risponde Buconi, che poi viene bersagliato per diversi 'Non ricordo' espressi in risposta alle domande della difesa. Senza giri di parole, infatti, l'avvocata Corsetti spiega che Daniele Severi non si sentiva preso in considerazione dalle forze dell'ordine del suo paese natale e “di non riuscire a sporgere denunce in quella caserma”. Replica Buconi: “Non è così, venne da me per esempio per una denuncia relativa al danneggiamento di alcune piante per tartufo”.

“Indagini a senso unico”

Per la difesa dell'imputato i reparti investigativi dei carabinieri vennero quindi subito indirizzati su Daniele, anche grazie alle informazioni fornite dai membri dell'Arma sul territorio civitellese. “Viene trovato il corpo e subito viene fatto il nome di Daniele Severi”, chiosa  l'avvocato Pompignoli. 

“Perché non è stata fatta una ricognizione negli archivi sulle armi possedute da tutta la famiglia Severi, a partire dal babbo Attilio? Anche la madre aveva il porto d'armi.... Perché ha diretto la sua indagine solo sulle armi di Daniele Severi?”, chiede Corsetti a Buconi, citando anche una Beretta calibro 7.65, che non sarebbe emersa nelle indagini. “Avevo conoscenza delle armi di Daniele perché erano state sequestrate in occasione di una precedente denuncia di Franco”, risponde il comandante. Nel riportare la vicenda ai suoi superiori “ha omesso però di dire che c'era stata una remissione di querela su quella vicenda”, replica l'avvocato. “Non ne ero a conoscenza”, la risposta.

Le liti coi cacciatori

Michele Camporesi, comandante dei Carabinieri forestali di Santa Sofia, è stato l'inquirente che ha tracciato la possibile strada alternativa alla Bidentina tra casa di Daniele Severi, in via Trieste a Meldola, e quella di Franco a Seggio, un percorso più tortuoso per evitare, secondo l'accusa (pm Federica Messina), le telecamere stradali della Bidentina nel giorno del delitto. 

Si tratta di un percorso che da Meldola, dal Ponte dei Veneziani, sale a Piandispino, passa da Giaggiolo, Voltre, Monte Aglio, Seggio: “Circa 30 chilometri, quasi tutti asfaltati, tranne 5 chilometri in terra battuta a Monte Aglio (la strada di Favale), con un tempo di percorrenza di 50 minuti a velocità medio bassa”, dice Camporesi. “Non ci sono telecamere pubbliche o private sul percorso”, continua. La parte civile, però, prende la palla al balzo per mostrare che la stessa dashcam (la telecamera in automatico montata da Daniele Severi sulla sua Panda) registra nel febbraio 2022 immagini di quel percorso, segno che l'imputato lo conosceva.

Emerge poi che il maresciallo della Forestale aveva avuto contatti informali con Franco Severi in passato: “Da chiacchiere mi disse della sua volontà di non concedere il passaggio ai cacciatori" e parlava di contrasti con l'azienda faunistica venatoria.

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Omicidio Severi, le piste alternative della difesa di Daniele: dalla bambola erotica lasciata per strada alle minacce al funerale

ForlìToday è in caricamento