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Sabato, 13 Aprile 2024
Cronaca

Omicidio Severi, lo sfogo della collega: "Chiesi di non lavorare con lui. A volte delirava e non mi sentivo sicura"

Ed ancora: “Aveva manie di persecuzione ed era delirante, diceva per esempio che era spiato in casa con cimici nascoste dentro i muri”

I colleghi di Daniele Severi non volevano lavorare con lui, perché parlava in continuazione e in modo ossessivo del podere di famiglia e delle liti coi fratelli, anche se dal punto di vista strettamente professionale il suo incarico veniva svolto correttamente: è quanto testimonia una collega di Daniele Severi, finita al banco dei testimoni nel corso dell'udienza di giovedì pomeriggio nel processo per l'omicidio del fratello Franco, scoperto il 22 giugno 2022.

“Parlava continuamente del podere, aveva paura di essere estromesso dall'eredità e diceva anche che aveva paura di essere ucciso dai famigliari”, spiega la collega. Che quindi chiedeva ai colleghi il cambio di turno per non lavorare con lui, che nei momenti morti del lavoro si portava i fascicoli giudiziari e se li studiava, coinvolgendo nei suoi sfoghi anche l'altra addetta del 118. “Ma nessuno mi concedeva il cambio del turno, i colleghi non erano disponibili a lavorare con Daniele Severi”, spiega.

La collega poi arrivò a fare una segnalazione formale per non dover trovarsi nello stesso team di lavoro: “Temevo che potesse succedere qualcosa anche sul lavoro, mentre era alla guida, diceva che i famigliari potevano provocare un incidente e si guardava intorno. Chiedeva poi di non pubblicare i turni nei locali in uso al personale del 118 perché sosteneva che così qualcuno lo poteva localizzare e fargli del male”. Ed ancora: “Aveva manie di persecuzione ed era delirante, diceva per esempio che era spiato in casa con cimici nascoste dentro i muri”. Ed infine: “Diceva spesso, ma in modo generico e non riferito a qualcuno in particolare, 'A certa gente andrebbe tagliata la testa e data da mangiare ai porci'”.

Alla vittima un risarcimento di 259mila euro per gli incendi

E' stata la pm Federica Messina a voler scandagliare anche i rapporti di lavoro dell'imputato, che era stato visitato a lungo anche dal medico della sorveglianza sanitaria dell'azienda Usl della Romagna, per la verifica della idoneità lavorativa, anche contattata dai responsabili di Severi. “Era molto preoccupato e esprimeva un malessere che derivava dalle relazioni famigliari non buone. Avevo attivato lo psicologo del lavoro per un percorso di supporto, ma dopo un primo colloquio il caso era stato chiuso perché il disagio era di natura personale e non professionale, e veniva rimandato ad una valutazione psichiatrica, poi svolta dal Centro di salute mentale con una conclusione che il disturbo non comprometteva la guida di ambulanza”.

Ed ancora la dottoressa: “Temeva per la sua incolumità, si sentiva perseguitato dai famigliari, pensava che potessero arrivare a uccidere, e sosteneva che appartenessero a 'un'associazione mafiosa radicata nel forlivese'”. E conclude, invece, la collega di ambulanza: “Negli ultimi tempi mi pareva peggiorato, raccontava in modo confuso, i toni erano accesi, urlava quando ne parlava”. La collega alla fine si risolse di andare dai suoi capi, inutilmente, per essere esonerata dal prestare servizio con lui. 

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