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"I giovani hanno fame di sapere. Per i piccoli sono come un nonno": l'Ambasciatore della legalità Pippo Giordano riprende il viaggio nelle scuole

Pippo Giordano è un ex ispettore della Direzione Investigativa Antimafia di Palermo, negli anni Ottanta in prima linea nella lotta a Cosa Nostra

Sono temi forti e dolorosi. Che ai bimbi vengono raccontati con un linguaggio puro, semplice e allo stesso tempo particolarmente coinvolgente. Mentre ai grandi mostrando la cruda verità. Pippo Giordano è un ex ispettore della Direzione Investigativa Antimafia di Palermo, negli anni Ottanta in prima linea nella lotta a Cosa Nostra. Oggi è in pensione, è un nonno che col sorriso stampato sul volto gira l’Italia e va nelle scuole a parlare di criminalità organizzata e legalità.

Racconta la sua storia, dei tanti colleghi uccisi da Cosa Nostra. Dei metodi brutali con cui la mafia si libera dei personaggi scomodi o dei familiari dei cosiddetti “pentiti” compreso il ragazzino Giuseppe Di Matteo. Giordano torna nelle scuole di Forlì per riprendere un percorso di educazione alla legalità e alla cittadinanza attiva con numerosi incontri e lezioni in classe. Lunedì il percorso ripartirà dalla scuola media di San Martino in Strada e si concluderà giovedì. 

"Ho già fissato la data per altri incontri - tiene ad evidenziare -. A febbraio alla scuola elementare Bersani, a marzo alla scuola media di Bertinoro e alla scuola media di Conselice. Oltre le varie scuole fuori regione. Concluderò l'anno scolastico in una scuola superiore di Rimini, per l'anniversario della strage di Capaci, ovvero il 23 maggio".

Gira l’Italia ed entra nelle scuole per parlare di criminalità organizzata e legalità. Ricorda le figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Racconta la sua esperienza e dei suoi colleghi uccisi dalla mafia. Come è nata questa opportunità?
E' nata per caso. Un giorno una ragazza di terza media (oggi laureata) della Zangheri, durante una lezione su Falcone e Borsellino, tenuta dalla professoressa Patrizia Campri, disse: “Io conosco un poliziotto che ha lavorato con loro”. E così ebbe inizio la mia avventura con le scuole, che mi ha condotto in numerose scuole di ordine e grado, del nostro Paese. A marzo di quest'anno a sono andato persino a Nantes, in Francia, invitato dalla locale Università. E li ho incontrato studenti universitari, liceali, medie e cittadini di Nantes in quattro dibattiti pubblici.

La scuola è un mezzo importante per diffondere la cultura della legalità. Cosa si fa per rafforzare questo percorso?
La scuola rappresenta il luogo per eccellenza dove diffondere la cultura della legalità. Ritengo che questo percorso dovrebbe essere facilitato al massimo. Devo dire che la Regione Emilia Romagna è attenta a queste tematiche. Ma anche l'amministrazione forlivese, in questo mio percorso mi ha supportato, standomi vicino. Colgo l'occasione per ringraziare l'ex assessore Maria Grazia Creta, per essere stata presente in tutte le “lezioni” che ho tenuto. Parimenti, ringrazio l'ex sindaco Davide Drei, che mi ha spronato ad andare avanti e partecipando ai numerosi incontri con gli studenti.

Qual è il suo approccio per affrontare un tema così importante a giovani e bambini?
Uso un linguaggio appropriato alla loro età, avendo cura di sdrammatizzare gli aventi cruenti e funesti. Ma soprattutto infondere loro la mia serenità, nel raccontare le drammatiche situazioni in cui sono stato testimone oculare. E' ovvio che quando mi trovo innanzi a dei ragazzi adulti, il linguaggio è diverso.

Parla ai piccoli come se fosse un nonno?
Si è vero. In alcuni casi loro stessi mi dicono che sono un nonno. Tra l'altro proprio nella scuola che andrò la prossima settimana, c'è una delle mie cinque nipotine. Il bello sa qual è? Quando poi mi incontrano fuori mi salutano “Ciao Pippo”.

E con quelli più grandi?
Coi grandi è diverso, a loro racconto la nuda e cruda realtà, anche menzionando crudeli fatti di mafia, come ad esempio tutte le modalità usate da Cosa nostra per uccidere.

Quali sono le emozioni che prova quando vede lo sguardo attento degli studenti?
Emozioni di speranza, che un cambiamento è possibile per contrastare le mafie. Faccio molto affidamento nei giovani, che ritengo fortunati se oggi possono parlare di mafia. Quand'ero piccolo, cresciuto a Palermo a pane e mafia, l'unica parola che conoscevo era “mutu devi stare”.

I giovani non sono insensibili a questo tema...
Sono sensibilissimi e soprattutto coesi nell'affermare il diritto alla legalità. Sfatiamo la nomea che i nostri ragazzi siano insensibili alle tematiche che affliggono la nostra società e segnatamente alle mafie. La invito a venire alle “lezioni” e si renderà conto della preparazione dei ragazzi, che sono maturi, altro che superficiali.

C'è quindi fame di sapere e conoscere...
Certo sono le domande di “sapere” che mi gratificano e mi convincono ad andare avanti. L'unico mio dispiacere è quello che poi interviene il suono della campanella e le domande non trovano risposte per il tempo scaduto.

Qual è la sua missione?
?E' parlare ai giovani per far comprendere, che non esistono scorciatoie per raggiungere i propri sogni. La cultura della legalità è la linfa che alimenta una società civile improntata nel rispetto di tutto e di tutti. Spesso, racconto loro che ho rifiutato milioni di lire dai mafiosi (episodio citato agli atti del max-processo), ma non per paura di essere scoperto, ma semplicemente per quel giuramento di fedeltà che feci innanzi alla Costituzione e al Tricolore. Eppoi, rimarco, che se avessi accettato tutti quei soldi, come avrei potuto oggi portare un fiore nelle tombe di Falcone, Borsellino, Chinnici, e dei miei colleghi ammazzati?

Qual è o quali sono i momenti che ricorda con maggior piacere e perché...
Il periodo trascorso alla Squadra mobile di Palermo, nei primi anni 80 e il periodo della Dia, che mi ha permesso di andare in missione a New York, lavorando insieme all'FBI. Per la Mobile di Palermo, per aver lavorato nella Sezione investigativa di Ninni Cassarà, ucciso brutalmente da Cosa nostra. Mi consenta di ricordare anche gli altri miei colleghi della stessa mia Sezione, assassinati: Lillo Zucchetto, Beppe Montana, Roberto Antiochia e Natale Mondo. Eppoi di aver conosciuto e lavorato con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Con quest'ultimo sino all'ultimo venerdì della sua vita: era il 17 luglio 1992.

Qual è il suo ricordo dei giudici Falcone e Borsellino?
Due Galantuomini Siciliani, che per amore della nostra Terra si sono immolati. Sono onorato di aver lavorato con loro.

Cosa deve fare lo Stato per combattere la criminalità organizzata?
Recentemente ho scritto, che la Cosa nostra di Riina, non esiste più. Oggi la Cosa nostra nel suo complesso sta vivendo un periodo di pax mafiosa ed è in questi momenti che lo Stato non deve abbassare la guardia. Ma è anche vero che lo Stato, per rispetto ai martiri assassinati dalla mafia e delle loro famiglie, non deve dare corso alla decisione dei Giudici di Strasburgo e della Consulta, circa l'ergastolo ostativo. Chi ha visto coi propri occhi la crudeltà della mafia, non può accettar di veder liberi coloro, che tanti lutti hanno procurato. No!

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