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Martedì, 25 Giugno 2024
Cronaca

Cala il sipario sul maxi-processo Sapro: il giudizio definitivo della Cassazione conferma il "tutti assolti"

Una vicenda durata 12 anni, da quando cioè nel 2010 venne dichiarata fallita la società pubblica 'Sapro' su richiesta della Procura di Forlì, con un carico di debiti da 110 milioni di euro

Cala la parola "fine", quella definitiva - col sigillo del terzo grado di giudizio - sul lunghissimo processo nato dal fallimento di Sapro. Una vicenda durata 12 anni, da quando cioè nel 2010 venne dichiarata fallita la società pubblica 'Sapro' su richiesta della Procura della Repubblica di Forlì, con un carico di debiti da 110 milioni di euro. Dopo le condanne di primo grado al Tribunale di Forlì del maggio 2018, la Corte d'Appello di Bologna aveva assolto tutti gli imputati il 30 novembre 2020, ribaltando così il verdetto.

La Procura Generale, aveva deciso di ricorrere contro le assoluzioni e di portare l'annoso processo all'attenzione della Corte di Cassazione a cui veniva chiesto l'annullamento delle assoluzioni di secondo grado e un nuovo processo di Appello. Ma così non sarà: il sostituto procuratore generale della Cassazione Nicola Lettieri è stato di avviso diverso e, pur rappresentando l'accusa, ha chiesto il rigetto del ricorso. Dello stesso avviso è stata la Corte che oggi, giovedì, ha dichiarato inammissibile il ricorso. Questo dà lo stop definitivo al processo, che si conclude quindi con il "tutti assolti".

La società pubblica, fondata nel 1995 e partecipata da tutti gli enti locali, in primis i Comuni di Forlì e di Cesena, aveva il compito istituzionale di acquisire aree industriali per urbanizzarle e renderle così disponibili agli insediamenti produttivi senza speculazioni e con un assetto ordinato del territorio. Ma quando, con la crisi economica del 2008-2009, l'edilizia si bloccò e l'economia pure con la sua necessità di insediare nuove attività produttive, crollò il castello della società immobiliare pubblica. Sapro iniziò così a vedere aumentato il suo magazzino di aree invendute e contemporaneamente crescere gli oneri finanziari. In tutto questo ci sarebbe stata una cattiva gestione della cosa pubblica, ipotizzò la Procura della Repubblica (pm Filippo Santangelo), avviando una complessa indagine per bancarotta e mandando a processo i vertici della società dopo averne chiesto e ottenuto il fallimento. Ma non ci fu alcuna incapacità di gestione degli amministratori della società: è quanto restituisce la decisione della Cassazione.

In primo grado, dopo 22 udienze spalmate in tre anni di un complesso processo che vedeva imputate 22 persone, tra cui diversi politici, imprenditori, professionisti e rappresentanti di associazioni di categoria, era arrivata la condanna a 3 anni e mezzo per l'ex direttore Bruno Lama e altre condanne a due anni per altri 5 imputati (Vittorio Croci, Luigi Barilari, Giuseppe Corzani, Gabriele Borghetti e Romeo Zanzani). I giudici, inoltre, non avevano indicato alcuna cifra per il risarcimento alla parte civile, vale a dire la curatela fallimentare. Poi il ribaltamento in Appello: tutti assolti “perché il fatto non sussiste” (la formula più ampia), tranne per un capo d'accusa derubricato in bancarotta semplice e, in questo modo, dichiarato prescritto. Gli imputati erano difesi dagli avvocati Gabriele Siboni, Giovanni Principato,  Andrea Romagnoli, Giangiacomo Pezzano, Marco Martines, Alessandro Melchionda, Vincenzo  Andreucci, Max Starni, Mario di Giovanni, Guido Policoro, Giacomo Nanni, Giovanni Maio, Luigi Stortoni, Massimo Beleffi.

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