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Qualità della vita nel paziente fragile: se ne parla a Forlì

Operare sempre e comunque, oppure preferire altri tipi di trattamento, cercando di privilegiare la qualità della vita del paziente e assicurargli la minor sofferenza possibile?

Operare sempre e comunque, oppure preferire altri tipi di trattamento, cercando di privilegiare la qualità della vita del paziente e assicurargli la minor sofferenza possibile? Il congresso regionale Acoi (Associazione chirurghi ospedalieri italiani) Emilia-Romagna approda per la prima volta a Forlì e s’interroga su questioni di stringente attualità, ancorché scarsamente dibattute, che attengono tanto la sfera sanitaria quanto quella etica. E’ per questo che venerdì, all’ospedale “Morgagni-Pierantoni” interverranno, attorno al tema “Approccio chirurgico al ‘paziente fragile’: limite fra selezione e discriminazione”, non solo professionisti di tutta l’Emilia-Romagna (chirurghi, geriatri, palliativisti, anestesisti, internisti, ecc.), ma anche altre figure come don Giovanni Nicolini, membro del del Comitato etico dell’ospedale universitario Sant’Orsola di Bologna, e Antonio Francesco Maturo, docente di Sociologia della salute presso la Facoltà di Scienze Politiche di Forlì (Università di Bologna), nonché direttori sanitari e generali, per un totale di oltre 50 relatori.

L’obiettivo è arrivare, districandosi fra etica e clinica, a offrire a ciascun paziente, a seconda delle sue condizioni, la soluzione in grado di garantire meno dolore possibile e miglior qualità della vita, senza cadere nell’accanimento terapeutico. «Al giorno d’oggi, si nutrono grandi aspettative nella medicina: in virtù dei recenti progressi tecnologici, l’operazione è considerata sinonimo di guarigione – spiega il dott. Alberto Zaccaroni, direttore dell’U.O. di Chirurgia endocrina dell’Ausl di Forlì e presidente, insieme al dott. Giampiero Ucchino, dell’U.O. di Chirurgia B dell’ospedale Maggiore di Bologna, del convegno –; in realtà, l’intervento chirurgico, anche tecnicamente perfetto, non garantisce affatto questi esiti, anzi, nel caso del paziente fragile, può addirittura causare un peggioramento delle condizioni».

Uno dei principali dilemmi con cui attualmente si confrontano i chirurghi riguarda proprio quando, come e se operare i pazienti con caratteristiche di fragilità, valutate mediante scale specifiche. «Alla fragilità come condizione fisica, si associa in questo momento storico anche una fragilità economica  – prosegue il dott. Zaccaroni –; molte famiglie, infatti, si trovano in grande difficoltà nel gestire un parente in case di riposo o case della salute, dove di solito il paziente viene trasferito dopo l’intervento chirurgico. Per di più, spesso non si registrano sensibili vantaggi in termini di sopravvivenza rispetto a un normale decorso della malattia, anzi, si rischia solo di privare la persona della vicinanza dei propri congiunti».

La fragilità introduce il concetto di vulnerabilità. «Un altro caso – illustra il dott. Zaccaroni – è, ad esempio, quello di un tumore in fase avanzata, in pazienti non fragili e giovani, nei confronti dei quali può valere la pena fare tutto il possibile, perché l’organismo ha le risorse per riprendersi; al contrario, in un contesto di più patologie o salute precaria, si possono garantire minore sofferenza e migliore qualità della vita con trattamenti palliativi. Un’altra opzione ancora, dal momento che la fragilità è un processo dinamico, può essere portare il paziente a una condizione che gli consenta di sopportare e reagire bene all’operazione, e solo a quel punto intervenire». Purtroppo, al momento, non esistono indicazioni scientificamente ed eticamente  validate in materia, e così i chirurgi, di solito, si trovano da soli a compiere scelte molto difficili sul piano umano. «Il primo passo è classificare i vari livelli di fragilità – spiega il dott. Zaccaroni –. Il secondo è favorire la nascita di team multidisciplinari che, attraverso il confronto di tutti i professionisti coinvolti nella cura del paziente fragile, quali il geriatria, il cardiologo, l’endocrinologo, il chirurgo, l’anestesista, definiscano il trattamento più adatto per ogni paziente, individuando, se necessario, percorsi preferenziali in grado, ad esempio, di portare il paziente in sala operatoria nel momento di minore fragilità, così da favorire recuperi più rapidi e degenze meno lunghe. A Forlì, con la valutazione ortogeriatrica, abbiamo iniziato a muoverci in questa direzione». Nell’attuale contesto economico, d’altronde, ottimizzare è fondamentale, e bisogna, quindi, utilizzare le risorse disponibili al meglio, in base alla verifica dei risultati in termini di quantità e qualità di vita.

«Quando andiamo a parlare col paziente e i suoi familiari dobbiamo essere in grado di fornire loro tutti gli elementi per una scelta condivisa e consapevole. Per riuscirci, tuttavia, è necessario avere a disposizioni informazioni quanto più certe e aggiornate circa gli esiti cui si andrà incontro a seconda che s’intraprenda una strada piuttosto che un’altra: l’importante è prendere la decisione giusta, senza accanimenti terapeutici». Non a caso, una sessione del congresso sarà dedicata all’esame del Programma nazionale esiti, utile sistema di valutazione dei risultati, anche in relazione alla percentuale di paziente fragili trattati. «Si tratta di un progetto a cura dell’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), che registra i dati degli ospedali di tutta Italia in base ai Drg – spiega il dott. Zaccaroni – non va inteso come una pagella alle strutture, ma come uno strumento fondamentale per capire come si lavora nei vari centri e con quali risultati. Ciò che emerge è la sempre maggior importanza della clinical competence, ovvero effettuare un numero di interventi adeguato, e, in particolare, concentrare l’attività in centri con tecnologie all’avanguardia e team dedicati: solo così si riscontrano le performance migliori e le minori complicanze nei pazienti».

Alla tavola rotonda su questo tema parteciperanno, fra gli altri, la dott.ssa Licia Petropulacos, direttore generale del Policlinico di Modena, il dott. Luigi Presenti, presidente Acoi, il dott. Carmine Gigli, presidente Fesmed (Federazione sindacale medici dirigenti), il dott. Vincenzo Stancanelli, presidente della Fondazione chirurgo-cittadino, la dott.ssa Maria Grazia Stagni, direttore sanitario dell’Azienda Ausl di Forlì, Giovanni Bissoni, presidente dell’Agenas, e il dott. Andrea De Vito in rappresentanza dell’Ordine dei Medici di Forlì-Cesena. I lavori congressuali si apriranno alle 8.30, in sala Pieratelli (padiglione “Morgagni”) e proseguiranno per tutta la giornata. 

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