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Positiva al Covid prima va in quarantena, poi ci torna di nuovo: il calvario per farsi riconoscere la malattia

A raccontare la sua vicenda di disagio con beffa finale è Alessandra, una donna di 37 anni, mamma di due bambini di 8 e 2 anni. Da 29 giorni è “intrappolata” nelle maglie dei protocolli di gestione del Covid.

Storie di “normale calvario” per chi contrae il Covid. Accanto alle vicende, giustamente prioritarie,  di chi finisce in un letto di Rianimazione per una crisi respiratoria e di chi, purtroppo, non ce la fa perdendo la vita, ci sono anche le storie dei malati meno gravi, che – assieme alle loro famiglie e alla cerchia più ristretta di colleghi di lavoro e amici – subiscono un'odissea fatto di isolamento, a volte per settimane, modifica improvvisa di tutte le abitudini di vita ed anche malaburocrazia. Essere positivi, anche in forma asintomatica produce, infatti, comporta di armarsi di pazienza e una certa dose di rassegnazione, nella consapevolezza che gli uffici di Igiene pubblica preposti alla gestione dell'emergenza sono subissati di una mole enorme e crescente di lavoro. Purtroppo è un dato che è già emerso e che probabilmente si protrarrà per i prossimi mesi.

A raccontare la sua vicenda di disagio con beffa finale è Alessandra, una donna di 37 anni, mamma di due bambini di 8 e 2 anni, che lavora in un supermercato di Forlì. Da 29 giorni, infatti, è “intrappolata” nelle maglie dei protocolli di gestione del Covid. Tutto parte lo scorso 30 ottobre quando la donna entra in contatto con un positivo, che manifesta i sintomi dal giorno dopo e la cui positività viene confermata quattro giorni dopo. “Il 3 novembre comunico alla mia azienda che sono stata a contatto con il positivo e vengo allontanata dal lavoro in maniera cautelativa, vengo contattata dall'Igiene Pubblica solo il giorno 5 novembre e mi viene dato appuntamento per il tampone il giorno dopo, 6 novembre, insieme alla mia famiglia. Il giorno stesso comincio ad avere sintomi quali anosmia e crampi diffusi”.

Il risultato del tampone arriva il 9 novembre, dove emerge che Alessandra risulta positiva e la sua famiglia negativa. Per la donna si aprono le porte del Covid Hotel: “Il giorno 10 novembre vengo trasferita in una struttura Covid poiché le condizioni della mia abitazione non sono consone per svolgere un isolamento idoneo a preservare la negatività della mia famiglia. Intanto mio marito e i miei figli restano a casa in quarantena obbligatoria per il contatto diretto con me che sono positiva. In data 16 novembre vengo sottoposta al tampone di guarigione che risulta ancora positivo quindi rimango in struttura, mio marito e i miei figli vengono sottoposti a tampone di fine quarantena in data 20 novembre e riceviamo il 22 novembre l'esito positivo della bambina (asintomatica) e negativi quelli di mio marito e del bambino più piccolo. Il 23 novembre vengo contattata dall'igiene e mi comunicano che la bambina verrà portata in struttura con me per preservare la negatività di mio marito e del piccolo, accetto e la bambina il 24 novembre viene trasferita in struttura con me”. Alessandra si trova quindi chiusa in una camera di hotel, isolata dal resto del mondo, già da 14 giorni quando, il giorno dopo, il 25 novembre viene sottoposta nuovamente a tampone di guarigione che risulta finalmente negativo. 

Ma per lei ovviamente non si aprono le porte del Covid Hotel: “Devo comunque rimanere in struttura per assistere la bambina”. Quindi la beffa, dopo tanto disagio, che spesso emerge dalle pieghe di una normativa molto estesa solo in termini generali: “Fino ad oggi, 27 novembre, i certificati medici coprono l'assenza per malattia dovuta alla mia positività al Covid, e da domani decido di richiedere il congedo parentale Covid per quarantena del figlio. Mi viene però comunicato dal patronato del sindacato che, poiché la bambina non ha contratto il virus all'interno della scuola o di una struttura simile, ma l'ha contratto da me, non è previsto alcun tipo di congedo retribuito per far fronte a questa tipologia di contagio, per cui non restano che ferie e permessi (di cui non dispongo) o di congedi parentali quali maternità, che nel mio caso non è retribuita dato la bambina ha superato i 6 anni di età”.

E conclude: “Dall'inizio di tutta questa spiacevole "avventura" io e la mia famiglia ci siamo sentiti ostaggio dei tempi "biblici" dell'Igiene Pubblica che non è stata tempestiva nel contattare il primo contagiato e per i tempi infiniti nei risultati dei tamponi e ne è conseguito che i contatti tra noi sono stati causa del successivo contagio. Da mamma mi ritrovo ad assistere mia figlia senza alcun sostegno da parte dello stato perché nessuno ha previsto che i bambini possano essere, come noi, vittime del sistema lento e disorganizzato che ci contraddistingue in questo Paese, e che i contagi possano anche avvenire al di fuori della scuola anche solo perché i genitori lavorano e sono quotidianamente a contatto con possibili soggetti positivi”.

L'altra protesta: “Tempi lunghi dell'Igiene pubblica”

Sullo stessa tema giunge alla redazione di ForlìToday un'altra segnalazione: “Sono in quarantena, come tanti purtroppo. Sono passati 11 giorni dal primo tampone. Ho fatto tutti l'iter per la avere il secondo tampone: ho chiamato al numero di cellulare riportato su internet dell'Igiene Pubblica per sapere se mi potevano chiamare per poter fare il secondo tampone in quanto erano già passati 11 giorni e per motivi di lavoro avevo una certa urgenza. Non solo l'addetta mi ha risposto in maniera arrogante, ma ha risposto che non capisco, che loro in questo periodo lavorano dal lunedì alla domenica senza fermarsi, e più di 200 tamponi al giorno non possono fare. Una mia conoscente è stata chiamata prima dei 10 giorni, mentre chi ha già finito la quarantena non viene contattato? Spero che venga preso in considerazione questo messaggio dall'Igiene pubblica perché la gente non può essere tenuta chiusa in casa come leoni in gabbia”. 

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