Cronaca

La Romagna siberiana, a nove anni dal 'nevone': a Forlì oltre un metro e mezzo di neve. "Analogie col 1956, ma il 1985 fu più estremo"

Quasi due settimane di nevicate continue, intervallate da brevi sprazzi di gelido sole

Sono già trascorsi nove anni da quell'evento di portata storica, ma quello del "nevone" in Romagna è un ricordo più vivo che mai. Quasi due settimane di nevicate continue, intervallate da brevi sprazzi di gelido sole. A Forlì caddero tra i 160 ed i 165 centimetri di neve, ma salendo di quota il manto sfiorò i tre metri. Non solo tanta neve, ma anche gelo, termine spesso troppo abusato per descrivere anche una modesta ondata di freddo. Quello della prima parte del febbraio 2012 fu gelo vero e proprio, con picchi negativi fino a -10°C e massime che solo nelle giornate di sole superavano di poco lo zero.

Il "nevone" creò tanti disagi, con danni per decine e decine di milioni di euro, ma allo stesso tempo regalò un atmosfera magica e di solidarietà. Volontari impegnati a liberare strade e marciapiedi dalla coltre bianca, affiancando Esercito ed Aeronautica. Associazioni mobilitate a consegnare pasti caldi alle fascie più deboli. In questi giorni si parlerebbe di "zona bianca" o "lockdown bianco", ma nonostante la portata di un evento meteorologico epocale la Romagna non si fermò. Per tornare indietro di nove anni ci siamo affidati al ricordo di Pierluigi Randi, tecnico meteorologo certificato e meteorologo Ampro (Associazione meteo professionisti), che ci racconta la genesi del "nevone".

Randi, quando i modelli matematici cominciarono a captare i primi segnali dell'ondata di freddo in arrivo?
Indicativamente intorno al 20 gennaio 2012, anche se inizialmente la maggioranza di essi propendevano per un coinvolgimento più marginale della nostra penisola. Maggiori conferme, con un regime di circolazione ben delineato, si ebbero intorno al 25-26 gennaio.

Da dove partì il viaggio di questa colata gelida e cosa la innescò?
La massa d’aria estremamente fredda, di origine artica continentale (la più fredda in assoluto), prese le mosse dal cuore continente asiatico all’incirca all’altezza della Mongolia, e fu richiamata verso ovest-sud-ovest dallo sviluppo di un vasto promontorio anticiclonico che dal medio Atlantico si spinse, con asse sud-sudovest-nord-nordest, fino al circolo polare artico con funzione di blocco delle correnti occidentali atlantiche. Ad esso corrispose al suolo la formazione di un potente anticiclone (pressione atmosferica di 1060 hPa nel massimo) tra la Scandinavia e la Siberia, il quale cominciò a convogliare la massa d’aria gelida presente sul continente asiatico verso l’Europa. Questa evoluzione fu figlia di un evento di split, ovvero suddivisione, a carico del vortice polare, con il ramo siberiano in retrogressione verso l’Europa centro-orientale dove giunsero due noccioli di aria freddissima in quota (fino a -43°C a circa 5300 m di quota) e temperature fino a -20°C alla quota di circa 1400 metri. Insomma, la classica situazione da ondate di freddo molto severe in Europa e sul bacino del Mediterraneo.

Poi iniziò il consueto "balletto" prima di delineare la giusta traiettoria…
L’incertezza è insita per definizione nel campo dei modelli numerici applicati alla fisica dell’atmosfera. Essa rappresenta un sistema caotico e non lineare, per cui oscillazioni anche importanti sulle dinamiche meteorologiche, specie in caso di eventi non comuni, sono del tutto normali; in ogni caso sull’evento del 2012 l’abilità di previsione fu molto buona.

La Protezione Civile diramò per il primo febbraio un'allerta neve prevedendo almeno 40 centimetri in pianura. A Forlì ne cadderò il doppio. Perché le precipitazioni furono così importanti?
La distribuzione delle nevicate fu assai diversificata in funzione delle diverse caratteristiche geografiche delle zone interessate. Nelle basse pianure la stima delle precipitazioni nevose fu sostanzialmente soddisfacente, anche se pure in quelle aree si ebbe una leggera sottostima, mentre i fenomeni furono decisamente più rilevanti sulle zone pedecollinari (forlivese, cesenate ed entroterra riminese). Ciò fu dovuto all’effetto stau orografico, ovvero l’ulteriore “invito” alle masse d’aria in afflusso da nord-est a risalire verso l’alto impattando la catena appenninica nelle zone sopravvento, producendo nuvolosità più compatta e precipitazioni più intense. Il fenomeno non è nuovo ed è ampiamente prevedibile, ma vi fu un aspetto che amplificò oltre il previsto la mole delle precipitazioni. Infatti, la prima nevicata (1 febbraio) fu causata dall’arrivo, dal nord atlantico, di un’onda depressionaria a tutte le quote che fu inglobata nella più ampia circolazione “siberiana” prima della completa chiusura della porta atlantica. Essa si portò sul Mediterraneo centrale, ma ebbe un’evoluzione più lenta del previsto per il blocco operato dalle gelide masse d’aria già presenti sui Balcani con pressione al suolo assai elevata. Questa lentezza provocò una maggiore insistenza sulla regione sia del fronte perturbato vero e proprio, sia dell’effetto stau appenninico, ed ecco quindi che le nevicate furono assai più copiose, specie in prossimità dei rilievi.

Avrebbe mai immaginato che da li a poco si sarebbe vissuto un evento dalla portata storica?
Le condizioni erano classiche di un evento molto importante, essendo in essere il tipico mix tra aria molto fredda e precipitazioni portate dalle ciclogenesi mediterranee che quasi sempre si innescano in simili dinamiche. Oggettivamente non ci si aspettavano le estreme nevicate che imperversarono in alcune zone, frutto di tre distinti episodi nell’arco dell’evento (1 febbraio, 4-5 febbraio e 10-12 febbraio), mentre sotto il profilo termico la “sorpresa” fu decisamente di portata inferiore, anzi, personalmente mi sarei aspettato qualche valore anche più basso. L’evento del 2012, a livello di regime di circolazione su scala continentale, presenta le maggiori analogie con quello del febbraio 1956, ma allora le temperature minime assolute furono molto più basse a fronte di nevicate però meno abbondanti.

Cosa ricorda in particolare di quei giorni?
Direi la qualità della neve: asciutta, leggera, polverosa, povera di acqua, ma in grado di accumulare al suolo con grande velocità, stanti temperature spesso inferiori allo zero, specie negli episodi del 4 e 5 e del 10 e 12 febbraio. Ma anche il fenomeno dello “scaccianeve” che non si vedeva da tempo, vale a dire cumuli di neve polverosa sollevati dal vento che si confondono con le precipitazioni conferendo un aspetto “siberiano” alla nevicata.

Il nevone è un ricordo vivo. Ma ha anche cambiato l'approccio alla previsione quando viene comunicata una possibile nevicata. Basta leggere i commenti dei lettori, tra chi spera in abbondanti precipitazioni e chi ha comprensibili timori per le conseguenze derivanti da una nevicata…
La neve è un fenomeno molto affascinante, unico nel suo genere, ma che provoca anche molti disagi, specie nelle zone, come le nostre, non avvezze a sopportare grandi carichi di neve in breve tempo. Per cui è del tutto normale che si abbiano due correnti di pensiero tra chi privilegia l’aspetto naturale e poetico dell’evento, e chi dà maggiore importanza all’aspetto pratico, in particolare coloro che per lavoro devono spostarsi da una zona all’altra. Oggi, nonostante la tecnologia, siamo meno preparati ad affrontare una nevicata, poiché i ritmi dei tempi moderni non contemplano rallentamenti e/o disagi causati da una forte nevicata. Una volta si accettava con maggiore serenità un evento del genere, anche perché erano indubbiamente più frequenti, e quindi eravamo più abituati, peraltro con uno stile di vita diverso.

1985, 1991 e 2012 per citare le più importanti dell'ultimo trentennio. Quale di queste tre ondate di gelo l'ha colpita di più e perche?
Indubbiamente il 1985 non ha paragoni e spicca nettamente sugli altri due. Se da un lato le nevicate furono meno consistenti rispetto al 2012 (ma solo sulla fascia collinare e pedecollinare), le temperature raggiunte in quella circostanza furono davvero estreme e quasi inimmaginabili per le nostre zone, con un’ondata di gelo di straordinaria portata. Soprattutto nelle pianure del ravennate, del lughese, del faentino e del forlivese, il termometro scese spesso al di sotto dei -20°C, con tre giornate incredibilmente fredde (10,11 e 12 gennaio, anche se il grande gelo arrivò già dal giorno 5); con temperature massime che, nonostante la presenza di sole, non riuscivano a salire sopra i -5°C.

C'è un aneddoto particolare?
Ce ne sono diversi: file di automezzi diesel in panne lungo la statale adriatica per la cristallizzazione del carburante dovuta all’eccesso di freddo; mia madre che rientrò dal pollaio (al tempo abitavo ad Alfonsine) con le uova crepate (tuorlo e albume congelati); i sordi rumori provocati dallo scoppio della corteccia delle piante da frutto per lo shock termico causato dalle bassissime temperature notturne e il riscaldamento dei raggi del sole nella parte del tronco rivolta a sud nel primo pomeriggio. Una sensazione di freddo estremo, pur avvolto in piumini e sciarpe, mai più provata.

Lei ha già pubblicato in passato col collega Roberto Ghiselli un libro dedicato alla storia delle più grandi nevicate ed ondate di gelo avvenute in Romagna. Ce ne sarà una ristampa in futuro?
Al momento non sono previste ristampe, tuttavia si sta lavorando ad un nuovo progetto editoriale a più vasto raggio, ovvero un testo sulla climatologia della neve in Pianura Padana. Si tratta di un lavoro molto articolato e complesso, ma che probabilmente tra qualche mese vedrà la luce.

Veniamo ad oggi. Inverno dinamico, con le cime innevate come non accadeva da anni. In pianura solo due episodi di nevischio. Febbraio, di solito, mostra il lato più crudo dell'inverno, come ci ha insegnato appunto il 2012 e la più recente ondata di gelo del 2018. Sarà anche quest'anno così o non ci sono gli estremi per ipotetiche irruzioni importanti?
Per il momento non si notano particolari spunti che possano far pensare ad eventi di qualche rilievo da oggi a una decina di giorni, con le correnti atlantiche che, ad intermittenza, potranno ancora essere protagoniste, quindi con tempo talora umido e piovoso alternato a fasi più stabili, ma in un contesto termico senza fasi fredde di qualche rilievo. Qualche effimero segnale si nota tra la prima e la seconda decade di febbraio quando sembra che ci possa essere una migliore predisposizione per la strutturazione di blocchi di alta pressione sull’Atlantico orientale, e quindi con qualche possibilità di discese fredde sul nostro territorio. Ma si tratta di un segnale ancora molto debole per il quale è decisamente prematuro sbilanciarsi.

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