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Ricerca dell'Irst: i malati di cancro maschi e con più di 60 anni sono più vulnerabili al Covid-19

Tra i pazienti oncologici, gli over 60 anni di sesso maschile potrebbero correre più rischi d'infezione da COVID19 rispetto a malati più giovani mentre, più in generale, le pazienti oncologiche donne sarebbero a minor rischio.

Tra i pazienti oncologici, gli over 60 anni di sesso maschile potrebbero correre più rischi d'infezione da COVID19 rispetto a malati più giovani mentre, più in generale, le pazienti oncologiche donne sarebbero a minor rischio. A suggerirlo, aprendo così la strada a nuovi approfondimenti, due studi condotti all’Istituto Romagnolo per lo Studio dei Tumori "Dino Amadori" - IRST IRCCS di Meldola  da un gruppo di giovani ricercatori. Si tratta di dati che andranno ulteriormente indagati e che potrebbero aiutare ad affrontare con crescente efficacia la pandemia, affiancando le imprescindibili misure di prevenzione messe in campo e la campagna vaccinale.

Nello studio, svolto sotto la direzione scientifica del Prof. Giovanni Martinelli, è stata analizzata l’espressione di due geni fondamentali per l’entrata del virus SARS-CoV-2 nelle cellule – ACE2 (recettore tramite cui il virus aderisce alle cellule) e TMPRSS2 (un enzima essenziale per l’entrata del virus nelle cellule) – e sono stati messi a confronto i dati anonimi presenti in database pubblici (Tissue Cancer Genome Atlas e Genotype Tissue Expression) di pazienti oncologici e soggetti sani. I risultati ottenuti mostrano che nei tessuti di soggetti sani entrambi i geni presentano un'espressione più bassa nei soggetti over 60 rispetto alla popolazione più giovane. Nei tessuti tumorali dei soggetti di sesso maschile in giovane età inferiore a 60 anni, TMPRSS2 è meno presente rispetto ai soggetti anziani. Questo suggerisce che i pazienti oncologici giovani potrebbero correre un minor rischio di contrarre COVID-19. Altro elemento emerso è che le donne, a parità di età, avendo minore espressione di entrambi i geni a livello tumorale rispetto agli uomini, potrebbero essere maggiormente protette.

Nello studio sono state anche esplorate le varianti genetiche in ACE2 e TMPRSS2 che potrebbero essere utili al fine di identificare una diversa suscettibilità al virus, a scopo preventivo e terapeutico nella popolazione ma in particolare nei malati di cancro.Nel secondo lavoro, pubblicato pochi giorni fa, è emerso che i tumori delle donne anziane esprimono maggiormente sia il recettore degli androgeni (AR) sia TMPRSS2, quest’ultimo sotto controllo ormonale. Tale dato potrebbe indicare che alcune terapie ormonali, che agiscono su tale recettore e a cascata su TMPRSS2, potrebbero avere un effetto preventivo e, quindi, diminuire la suscettibilità all’infezione COVID-19. Un’ipotesi che potrà essere verificata su gruppi di pazienti con tumore al seno e alla prostata che seguono questi regimi terapeutici.

Risultati e prospettive di questo studio saranno presentati durante uno dei principali congressi internazionali, ovvero al convegno annuale dell’American Association for Cancer Research (AACR) che si terrà in modalità virtuale ad aprile 2021. Lo studio è stato elaborato dai ricercatori tra cui Sara Bravaccini e Sara Ravaioli (rispettivamente coordinatrice e ricercatrice della Unit Gerobiomics and Exposomics del Laboratorio di Bioscienze), il gruppo di Bioinformatica (composto da Michela Tebaldi, Eugenio Fonzi e Davide Angeli) insieme a Massimiliano Mazza e Fabio Nicolini (ricercatori del gruppo Immunoterapia, Terapia Cellulare somatica e Centro Risorse Biologiche) e la collaborazione del Prof. Pierluigi Viale (Professore ordinario di Malattie Infettive e Direttore del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna, Direttore dell’Unità di Malattie Infettive del Policlinico S.Orsola-Malpighi di Bologna) e Prof. Vittorio Sambri (Professore di Microbiologia – DIMES Università di Bologna e Direttore dell’Unità Operativa Microbiologia del Laboratorio Unico di Pievesestina AUSL Romagna). 

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