Tra sacro e profano

Ritorna Santa Caterina, la festa della bella sposa: le origini di un evento popolare che si perde nella storia della città

Venerdì tradizionale fiera di Santa Caterina nella piazzetta Garbin e nelle vie adiacenti la chiesa di San Biagio, con 40 bancarelle piene di dolciumi, giocattoli e gastronomia

A Forlì, Santa Caterina d’Alessandria è da tempo immemorabile la festa della bella sposa. A partire dalle 7.30 e fino alle 20, la piazzetta Garbin antistante la chiesa di San Biagio e le vie adiacenti saranno animate da una quarantina di bancarelle colme di dolciumi di ogni tipo, senza dimenticare articoli da regalo, giochi e prodotti alimentari. Apice merceologico della manifestazione commerciale, che inaugura il calendario delle iniziative forlivesi dedicate al Natale, è il torrone, un cui pezzetto giungerà immancabilmente sulla mensa di molte “spose” di tutte le età.

Le origini forlivesi della devozione per la santa egiziana, principessa bella e colta martirizzata dall’imperatore romano Massenzio per non aver abiurato la fede cristiana, si perdono nel Medioevo. Non è escluso che una certa diffusione sia stata favorita da Caterina Sforza, signora di Forlì fino al 1500, per solennizzare il giorno della sua nascita. Ancora nel 1864, il conte Filippo Guarini, grande studioso e cronista, localizza la festa nella “chiesa di Santa Caterina vicino alla caserma della fanteria”, l’odierna sala comunale di via Romanello. Lo spostamento in San Biagio, occorso nel 1866, fu conseguenza della soppressione del centro di culto disposto dallo Stato unitario italiano nel 1862, con l’ex convento che assunse la denominazione di Caserma Caterina Sforza, sede del reggimento di fanteria della Brigata Casale. Fino all’ultima guerra, la fiera di Santa Caterina costituiva l’occasione per ammirare i capolavori del Palmezzano (su cartoni preparatori del Melozzo) che abbellivano la Cappella Feo, cappella gentilizia voluta dalla stessa “Leonessa di Forlì” per onorare il suo secondo marito Jacopo Feo, ucciso nel 1495 e qui sepolto.

Nel portico seicentesco antistante la chiesa, la mitica Patrina offriva ai passanti mentine, liquirizie e dolciumi. A parte poche opere, fra cui il trittico tardo quattrocentesco del Palmezzano, rappresentante la Madonna in Trono col Bambino e i Santi, posto sul primo altare di sinistra, nonché la tela di Guido Reni dedicata all’Immacolata Concezione, tutto è stato spazzato via da una bomba tedesca ad altissimo potenziale, lanciata alle 17.15 del 10 dicembre 1944. Santa Caterina era invocata da almeno trenta categorie di persone, fra cui gli studenti e gli studiosi. La fiera costituiva anche l’occasione per acquistare gli scaldini di terracotta, i quali, opportunamente inseriti nei “preti” in legno a loro volta infilati sotto le lenzuola, servivano a prevenire geloni e infreddature.

Per una popolazione ancora fortemente legata alla terra, il 25 novembre segnava l’inizio ufficiale dell’inverno, con l’accensione di stufe, camini e, appunto, scaldini. A Forlì, Santa Caterina è anche festività religiosa: nella parrocchiale di San Biagio - alla martire egiziana sono dedicati la seconda cappella a sinistra della chiesa e un dipinto di Irene Ugolini Zoli - il parroco don Antonino Nicotra, affiancato dai padri salesiani, propone sante messe alle 8.30, 10.30, 15.30 e 18.30, oltre ad una pesca di beneficenza e ad un mercatino per le opere missionarie salesiane, allestiti in canonica.

Chiesa_di_San_Biagio_a_Forlì,_inizio_novecento

Un'immagine storica della chiesa di San Biagio

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