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Ridotti in schiavitù nel 21°secolo: i rifugiati a Forlì

Ridotti in schiavitù nel 21° secolo. All'Africa del terzo millennio, già prostrata da sfruttamento e fame endemica, mancava solo il dramma dello schiavismo

Ridotti in schiavitù nel 21° secolo. All’Africa del terzo millennio, già prostrata da sfruttamento e fame endemica, mancava solo il dramma dello schiavismo. “Sono circa duemila – si legge in ‘habeshia.blogspot.it’ - i profughi schiavi, quasi tutti eritrei, nelle mani dei predoni beduini nel Sinai. In fuga da fame, guerra, persecuzioni, vivono nell’incubo di essere sacrificati sul mercato dei trapianti clandestini, se parenti e amici non riescono a trovare il denaro per il riscatto, arrivato ormai a 35 mila dollari”.

E’ una tragedia senza eguali, aggravata dal fatto di trovare pochissimi riscontri sulla stampa nazionale e internazionale. Persino il “web”, a parte l’Agenzia Habeshia per la Cooperazione allo Sviluppo, ne parla a stento. A Forlì si parlerà della vicenda mercoledì, alle 20.45, presso la Casa “Buon Pastore” in via dei Mille, 28, terzo di quattro appuntamenti indetti dalla Caritas diocesana di Forlì-Bertinoro per celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato 2012. Dopo la proiezione del film-documentario “Mare chiuso”, interverrà il giornalista di “Avvenire” Paolo Lambruschi. Seguiranno le testimonianze di alcuni rifugiati eritrei oggi residenti a Forlì.

Fra questi esuli c’è anche Abel Tekeste. Il giovane, poco più che ventenne, frequenta il corso di laurea forlivese in Scienze Politiche ad indirizzo Internazionale dell’Università di Bologna. Una volta laureato, Abel conta di occuparsi dei migranti in tutto il mondo, a cominciare proprio dai suoi connazionali. Oltre ad essere toccata da una siccità terrificante, l’ex colonia italiana dell’Eritrea sconta la feroce dittatura di Isaias Afwerki. Da “padre della patria”, essendo il principale artefice dell’indipendenza del suo paese dall’Etiopia, conquistata nel 1993 al termine di una guerra trentennale, l’uomo si è poi rivelato tiranno brutale nei confronti del suo popolo, costretto a fuggire in massa all’estero. Dati Caritas alla mano, i cittadini eritrei che risiedono stabilmente a Forlì, sono 27.


“Altri dieci, quindici – precisa il direttore della Caritas diocesana Sauro Bandi - hanno fatto domanda per lo status di rifugiato”. In attesa che si perfezioni il procedimento presso le autorità competenti, sono ospitati presso il Centro di accoglienza “Buon Pastore”, in via dei Mille, e altri luoghi della provincia. Abel Tekeste racconterà sicuramente della giovane donna, madre di una bambina di due anni, costretta ad assistere inerte alle sofferenze della figlioletta, che stava lentamente morendo di fame. Alla fine si è ribellata e la punizione è stata terribile: le hanno cosparso i capelli di benzina e appiccato il fuoco. La sua sorte è facilmente immaginabile. Nel Sinai si continua a morire, e l’emergenza si estende ad altri paesi attraversati dai migranti in fuga dal Corno d’Africa, in particolare, Libia, Yemen, Gibuti e Tunisia. “La Libia rivoluzionaria – accusa ancora Habeshia – non sembra tanto diversa da quella di Gheddafi. Le testimonianze e le richieste di aiuto giunte da Bengasi e Kufra, parlano di centinaia di profughi tenuti prigionieri in condizioni bestiali”.

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