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Cronaca

Evasione fiscale, sequestrati beni per 3 milioni a due imprenditori

L'indagine, che ha condotto il procuratore della Repubblica di Ferrara a richiedere l'emissione del provvedimento, ha permesso alle Fiamme Gialle ferraresi di ricostruire tutte le ricchezze illecitamente accumulate dai coniugi marocchini

Beni per tre milioni di euro sequestrati dalla Guardia di Finanza di Ferrara in provincia. L'operazione rientra nell'ambito di un'indagine per frode fiscale che ha visto la condanna di due coniugi marocchini. Complessivamente sono stati confiscati beni per ben 22,2 milioni di euro. Fra i beni, oltre a quote di società e al complesso di cespiti ad esse riferibili (crediti, beni immobili, autoveicoli), vi sono cospicui compendi immobiliari, fra cui un complesso residenziale costituito da 20 appartamenti in provincia di Forlì-Cesena (in particolare del Cesenate) del valore di 3 milioni di euro, una villa con piscina a Ferrara, villette a schiera e appartamenti situati in varie località del ferrarese, e nelle province di Roma, Rovigo e Modena.

L’indagine, che ha condotto il procuratore della Repubblica di Ferrara a richiedere l’emissione del provvedimento, ha permesso alle Fiamme Gialle ferraresi di ricostruire tutte le ricchezze illecitamente accumulate dai coniugi marocchini, i quali, attraverso una fitta rete di società create ad hoc e amministratori compiacenti hanno accumulato nel tempo il patrimonio sequestrato a fini di confisca.

Le attività illecite per cui i due imprenditori sono stati condannati per frode fiscale sono connesse alla gestione di alcuni consorzi (due dei quali con sede in Ferrara e attivi negli appalti nel settore del facchinaggio, della logistica e delle pulizie industriali) intorno ai quali ruotavano una trentina di società cooperative, gran parte delle quali con sede dichiarata nella provincia di Trapani, risultate prive di qualsiasi organizzazione d’impresa e affidate a meri prestanome.

"Ad amministrare gli appalti in questione vi erano direttamente i consorzi a capo dei quali vi erano, di fatto, i due cittadini extracomunitari - spiegano dalla Finanza -. Quest’ultimi, per i servizi resi, utilizzavano il personale alle dipendenze (meramente formali) delle cooperative associate. Il meccanismo di frode era strutturato attraverso i consorzi, che fatturavano direttamente alla società committenti i servizi e neutralizzavano l’Iva a credito grazie alla fatturazione passiva delle cooperative associate; la galassia delle società cooperative che non eseguivano alcun adempimento fiscale a fronte della fatturazione attiva nei confronti dei consorzi, non versando imposte e contributi".

"Con tale meccanismo le cooperative venivano utilizzate da schermo al solo scopo di far ricadere su di esse il debito Iva, di fatto maturato sui consorzi, generando ingenti profitti destinati ai prevenuti - chiarisca Finanza -. La provenienza illecita del denaro utilizzato per acquisire il consistente patrimonio e la notevole e ingiustificata sperequazione fra beni posseduti ed il reddito dichiarato delle persone indagate, sono le ragioni che hanno permesso al Tribunale di Ferrara di emanare la misura di prevenzione patrimoniale, che trae i suoi fondamenti dalla legislazione antimafia (Decreto Legislativo numero 159 del 6 settembre 2011)".

"Con tale norma il legislatore ha voluto colpire le persone (non solo mafiose) ma anche quelle “socialmente pericolose” che sulla base di elementi di fatto, siano abitualmente dedite a traffici delittuosi e dispongano direttamente o indirettamente di beni, il cui valore risulti sproporzionato al reddito dichiarato o all'attività economica svolta ovvero quando, sulla base di sufficienti indizi, si ha motivo di ritenere che gli stessi siano il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego", conclude la Finanza.

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