Da uno studio dell'Irst una nuova frontiera da esplorare in campo ematologico

L’équipe di medici e ricercatori del Gruppo di Onco-ematologia Irst Irccs, diretta dal dottor Gerardo Musuraca, ha infatti recentemente pubblicato sulla rivista scientifica British Journal of Hematology, i risultati di un significativo studio sulle neoplasie mieloproliferative croniche

Una nuova frontiera da esplorare in campo ematologico grazie anche alle scoperte ottenute dal dottor Alessandro Lucchesi, medico ematologo Irst, in collaborazione con i colleghi del Laboratorio di Bioscienze Irst Irccs, in particolare le ricercatrici Roberta Napolitano, Silvia Carloni, Serena De Matteis e Martina Ghetti. L’équipe di medici e ricercatori del Gruppo di Onco-ematologia Irst Irccs, diretta dal dottor Gerardo Musuraca, ha infatti recentemente pubblicato sulla rivista scientifica British Journal of Hematology, i risultati di un significativo studio sulle neoplasie mieloproliferative croniche. 

Tali patologie neoplastiche, rare ma diffuse in ogni fascia di età, sono riconducibili ad alterazioni genetiche acquisite che colpiscono le cellule staminali emopoietiche, ovvero quelle cellule del midollo osseo implicate nella generazione dei globuli bianchi, dei globuli rossi e delle piastrine circolanti nel sangue periferico. Le possibili conseguenze di queste alterazioni genetiche si manifestano con un’eccessiva produzione di queste cellule ematiche, un aumento del volume della milza e la comparsa di infiammazione e disturbi del microcircolo. Tali malattie sono, inoltre, gravate da complicanze potenzialmente invalidanti, principalmente trombosi ed emorragie. Lo studio ha permesso ai ricercatori di rivalutare drasticamente i meccanismi che portano alla comparsa di tali eventi. 
    
Si è evidenziato come le neoplasie mieloproliferative siano contraddistinte da grandi quantità di piastrine in realtà "spente", ovvero incapaci di legare il fibrinogeno, un fattore della coagulazione essenziale per la formazione appropriata del coagulo, a causa di un’attivazione diretta di processi emocoagulativi. Lo studio ha quindi permesso di spostare l'attenzione sui fattori della coagulazione piuttosto che sulle piastrine e sulla loro conta come si è invece pensato di fare, empiricamente, per trent’anni. 

Il lavoro pone le basi per una valutazione più accurata – che coinvolgerà pazienti affetti da malattie mieloproliferative che non abbiano ancora ricevuto terapie citoriduttive - dei reali rischi di trombosi ed emorragie e delle conseguenti strategie terapeutiche e preventive, attraverso l’utilizzo di particolari strumentazioni e test di laboratorio. Inoltre, il meccanismo ipotizzato coinvolge alcuni recettori che potrebbero essere addirittura implicati nella progressione della malattia mieloproliferativa verso forme conclamate di fibrosi midollare o leucemia.

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Questi dati preliminari saranno approfonditi con ulteriori esperimenti, ma è già possibile affermare che i risultati finora ottenuti rappresentino un’importante base per ipotizzare nuove strategie di controllo di queste patologie ematologiche che, ad oggi, non beneficiano di trattamenti soddisfacenti sia in termini di prevenzione delle complicanze a carico del sistema cardiovascolare, sia per arrestare la loro evoluzione a lungo termine.

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