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Intervista al vescovo: "Riempiamo il Natale d'amore. Benedizioni gay? Usciamo dal narcisismo"

L'INTERVISTA - "I segni dell’alluvione non sono appena esterni, ma sono penetrati dentro. Anche in molti ragazzi e giovani c’è sofferenza e inquietudine"

Una chiacchierata con il vescovo in occasione del Natale e a consuntivo di un anno che ha i giorni contati. Nei giorni d'Avvento, monsignor Livio Corazza ha invitato ad allestire un presepe in ogni casa. L'occasione è data dall'importante anniversario: sono passati 800 anni da quando San Francesco rievocò i fatti di Betlemme in quel di Greccio. E oggi?

La messa di Natale col vescovo Livio Corazza

Il presepe è davvero una tradizione che sta sparendo?
“Mi pare di sì. Anche perché lo si mette in alternativa all'albero di Natale. Soprattutto temo che il messaggio del Natale corra il rischio di svuotarsi e ritornare ad essere una festa pagana, come era prima di Cristo. La festa del Natale sia la festa di Cristo che viene, Dio fatto uomo, vera luce del mondo. Magari piccolo, ma il presepe sia in tutte le case. Abbiamo bisogno di curare gli occhi con immagini belle, che ci parlano della concretezza dell’amore di Dio. E poi se Betlemme è la “casa del pane”, il presepe collocato in cucina può ricordarci che il Vangelo di Gesù è nostro cibo spirituale”.

Qual è dunque il messaggio di Natale che vuole dare ai forlivesi?
“Un bambino ha bisogno di tutto, ci ricorda quanto abbiamo sperimentato durante l’alluvione: abbiamo avuto bisogno dell’aiuto degli altri. Diversamente da Gesù, non siamo stati soli, tanti sono venuti ad aiutarci. L’augurio è che riscopriamo la bellezza del messaggio del Natale: Dio si fida e si affida a noi. Quando abbiamo l’opportunità, guardiamo insieme il presepe, molto meglio che guardare lo smartphone o il televisore”.

E il suo Natale come sarà, come lo passerà?
“In famiglia, cioè celebrando il Natale in chiesa, con la messa della notte in Duomo a Forlì e quelle del giorno nella Casa circondariale e nel Duomo di Bertinoro. Poi festeggiando a pranzo con gli amici della Casa della Carità e a cena con gli amici e gli ospiti della Caritas”.

Il nome “Caritas” evoca risposte a bisogni materiali e spirituali. Negli ultimi anni la guerra è tornata vicino a casa. Sente spavento nella popolazione? Cosa può fare la Chiesa?
“Siamo tutti disorientati e spaventati di fronte alle cose che ci accadono. Tanti commentano: ma cosa deve capitare ancora? Come Chiesa possiamo fare molto, e molto, devo dire è stato fatto. Nonostante crescano disaffezione e sfiducia, il messaggio della Chiesa è di rilanciare il Vangelo di Cristo, indicare la strada per un futuro migliore, più umano e pacificante. Se tutti ascoltassimo e mettessimo in pratica il suo Vangelo”.

Nell'anno che sta per concludersi, se da un lato sorgono nuove chiese (a Vecchiazzano e ai Romiti), se importanti lavori interessano il Duomo, se il campanile di San Mercuriale è tornato sicuro e fruibile per ammirare Forlì dall'alto del suo monumento più noto, ci sono stati anche aspetti che hanno comportato e comportano sofferenze come l'alluvione di maggio e il terremoto che ha fatto danni specialmente in collina.

Com'è cambiata Forlì dopo l'alluvione?
“Molti sono più poveri e più fragili. I segni dell’alluvione non sono appena esterni, ma sono penetrati dentro. Anche in molti ragazzi e giovani c’è sofferenza e inquietudine. Venivamo da due anni di pandemia e dalle conseguenze della guerra. Tutto questo incide. Anche per questo è importante il Natale, riempiamo questo periodo con amore, vicinanza, solidarietà, non soffochiamolo con le cose”.

Si conclude un anno di sfide, certo, con segnali di speranza: per esempio Montepaolo per Natale sarà di nuovo aperto al culto. Quali sfide per la Diocesi si scorgono all'orizzonte del 2024?
“Le sfide sono tante per la nostra Chiesa. La prima è credere che vale la pena essere cristiani oggi e vivere insieme la fede”.

A questo si collega la crisi di vocazioni alla vita consacrata: i giovani hanno ancora fede?
“Sono convinto che non viene meno la fede, ma viene meno l’esperienza condivisa della fede. Per molti è caduta nel tranello dell’individualismo. Ma, ad esempio, l’esperienza della Giornata mondiale della gioventù a Lisbona dimostra che è bello vivere insieme l’amicizia con Gesù e condividerla”.

Nei giorni scorsi è stato pubblicato il documento “Fiducia supplicans” che fa riferimento alla benedizione a coppie omosessuali o irregolari. Come si comporterà la diocesi di Forlì-Bertinoro al riguardo?
“La Santa Sede ha spiegato il significato di benedizione. Consiglio di leggere il documento che è molto bello. Molti ignorano che il messaggio del Vangelo è pieno di misericordia. Ma è anche vero che l’amore non ci fa stare fermi. La benedizione ci incoraggia a camminare, ci incoraggia a donarci e a spendersi per gli altri. Soprattutto ci incoraggia e metterci in cammino tutti insieme! La benedizione dice questo e altro. Non cerchiamola perché approvi le nostre scelte, ma per uscire dal nostro narcisismo. Certamente ne faremo motivo per confrontarci e migliorare sempre la nostra azione pastorale”.

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