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Documentario a Beirut, nuova avventura per i videomaker Tormena e Lolletti

Il gruppo editoriale Citynews, a cui anche RomagnaOggi-ForliToday fa capo, sta seguendo lo sviluppo di questo lavoro, che porta il titolo "This is not paradise", con un reportage pubblicato a puntate dagli stessi autori forlivesi

Si trovano a Beirut, dove stanno girando un documentario sulla drammatica situazione di molte donne immigrate in Libano e di fatto segregate come schiave, il duo forlivese Lisa Tormena e Matteo Lolletti, che già in passato hanno girato altri importanti approfondimenti su temi di attualità. I due videomaker, assieme ad altri due componenti (Gaia Vianello e Marco Bacchi) formano la troupe che è partita alla volta del Libano lo scorso 11 luglio.

Il gruppo editoriale Citynews, a cui anche RomagnaOggi-ForliToday fa capo, sta seguendo lo sviluppo di questo lavoro, che porta il titolo “This is not paradise”, con un reportage pubblicato a puntate dagli stessi autori forlivesi. PER SEGUIRLO CLICCA QUI. Un vero e proprio diario di viaggio.

Lolletti e Tormena, che formano con altri la cooperativa Sunset si sono lanciati in questa nuova avventura con un documentario totalmente auto-prodotto, attraverso l'aiuto e il sostegno di associazioni e privati cittadini. Così presentano nel dettaglio la problematica affrontata dal loro lavoro attualmente in corso, poco conosciuta in Italia: “Negli ultimi anni il numero dei collaboratori domestici migranti assunti in Libano è aumentato in maniera esponenziale raggiungendo una stima ufficiale di 200.000 persone nel Paese, che conta 4 milioni di abitanti, e la maggioranza di questi lavoratori sono donne"

"Contestualmente le storie di abusi e sfruttamento di questi lavoratori, provenienti principalmente da Filippine, Bangladesh, Etiopia, Sri Lanka, Nepal ed Eritrea, hanno destato preoccupazioni sia a livello nazionale che internazionale. Nel novembre 2009 la stampa libanese ha focalizzato l’attenzione sul forte aumento del numero di collaboratori domestici migranti che si sono suicidati e ha puntato il dito contro le inadeguate politiche del governo, gli abusi dei datori di lavoro e l’isolamento sociale. Molti dei collaboratori domestici migranti devono fronteggiare quotidianamente una mole di lavoro spropositato e la violazione dei diritti umani fondamentali, tra cui il mancato pagamento dei salari, abusi fisici, psicologici e sessuali e la perdita della libertà, solo per citarne alcuni. Una serie di Paesi di provenienza di questi migranti, come il Nepal, l’Etiopia e le Filippine, hanno attualmente proibito ai propri connazionali di migrare in Libano come lavoratori domestici, in risposta alla situazione di abusi diffusi e mancanza di protezione. Dal momento che i collaboratori domestici migranti sono legati a doppio filo al loro datore, a causa del loro status legale in Libano (la Kafala una sorta di sponsorizzazione), molti di loro si trovano a dover affrontare l’incarcerazione o la deportazione se provano a ribellarsi davanti a condizioni di abuso e sfruttamento. Alcune ong hanno duramente criticato le condizioni dei centri di detenzione, date dal sovraffollamento, mancanza di igiene e guardie carcerarie maschili per detenute donne. Anche le Organizzazioni Internazionali e le agenzie delle Nazioni Unite hanno sottolineato la mancanza di diritti dei collaboratori domestici migranti in Libano, raccomandando alle istituzioni libanesi una serie di riforme, in particolare del sistema della sponsorizzazione e della legislazione sul lavoro, che ancora oggi esclude i collaboratori domestici, rendendoli particolarmente vulnerabili”.

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