Variante centro storico, Italia Nostra: "Abbandono e vetustà richiedono un'analisi migliore"

Per discutere della questione, Italia Nostra sta valutando la possibilità di organizzare prossimamente un incontro con la partecipazione in teleconferenza di alcuni dei maggiori esperti nazionali in materia

Nel sessantesimo anniversario della Carta di Gubbio, votata dal Convegno per la Salvaguardia e il Risanamento dei Centri Storici nel 1960, Italia Nostra ha promosso iniziative che dovrebbero concludersi nella città eugubina nei prossimi mesi per ribadire il valore di bene culturale unitario per questo patrimonio tutelato dall’articolo 9 della Costituzione ed emerso in quell’occasione insieme con il concetto che “risanare non implica distruggere”. "Oggi, per uscire da una crisi sanitaria che ha messo a terra anche l’economia, vengono proposte soluzioni tese a dare impulso all’attività edilizia nella riqualificazione del patrimonio esistente, ma, anziché puntare sulla qualità del patrimonio storico che distingue le nostre città, la Variante proposta dal Comune di Forlì è una revisione normativa che abbassa la tutela del centro storico trasformando la categoria di Restauro e Risanamento conservativo in Ristrutturazione. Secondo le più recenti definizioni questa categoria può prevedere la demolizione e ricostruzione degli edifici", è la premessa dell'associazione.

"Finora - viene aggiunto - le categorie di intervento previste dal piano regolatore del 1988 si sono fondate su una serie sistematica di indagini basate sui confronti catastali e tipologici e sui rilievi dettagliati, anche fotografici, come la grandiosa opera di Paolo Monti nel 1971 finalizzata, appunto, alla tutela urbanistica del centro storico sul modello di quello bolognese. Sulle stesse basi si è poi fondata la ricerca esemplare guidata da Irene Cremonini nel 2004 per il progetto europeo "Sisma", che ha scelto Forlì come modello per indicare il processo conoscitivo necessario per un’adeguata normativa sismica sul patrimonio del centro storico: confronti sulle trasformazioni catastali e sulle tipologie di ogni fabbricato, sulla natura del suolo e del sottosuolo per la microzonazione sismica, con particolare riferimento agli aggregati che, in quanto tali, richiedono studi relazionali nei confronti degli effetti sismici, studi che, come è stato affermato, necessitano di una veduta d’insieme possibile a livello urbanistico più che per singolo intervento. Lo stesso parere chiesto dal Comune al Comitato Tecnico Scientifico della Regione invita a valorizzare le risorse strutturali del fabbricato esistente cercando di evitare la demolizione e ricostruzione. Sicurezza e tutela vanno cioè di pari passo: consentire la demolizione di un singolo edificio in un aggregato comporta reazioni nell’insieme che è necessario conoscere preventivamente".

Nell’incontro organizzato da Italia Nostra il 30 gennaio a Bologna “La Carta di Gubbio oggi”, viene ricordato, "questo aspetto è stato affrontato con particolare cura, insieme con quello della conservazione del patrimonio: mettere in sicurezza il patrimonio edilizio storico con interventi conservativi si può e può costare meno. Certo richiede studi approfonditi sull’esistente ed una responsabilità del progettista che deve avere la preparazione adeguata. Non per niente il restauro è peculiarità esclusiva degli architetti che, tuttavia, oggi affidano ai modelli predisposti per le nuove costruzioni la responsabilità della certificazione".

Quindi l'affondo: "Ciò che stupisce della variante forlivese, peraltro non isolata in un clima di rincorsa a rilanciare quell’economia del mattone che aveva già causato la crisi economica del 2008, è l’assoluta omissione di ogni indagine critica sulla qualità del patrimonio: foto Google e scheda priva di analisi accomunano case in linea e palazzi, mulini e opifici in un giudizio basato sul solo stato dell’intonaco. Ma poi neppure questo salva gli edifici giudicati buoni dalla norma generale della ristrutturazione, sia pure con il vincolo della sagoma. A noi sembra che l’attenzione per il centro storico debba avere radici diverse, come fu negli anni della ricostruzione del dopoguerra nei quali nacquero, per contrasto, Italia Nostra nel 1955 e la Carta di Gubbio nel 1960".

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"Oggi abbandono e vetustà, legati già all’età dei residenti e all’uso quasi esclusivo dell’auto, richiedono una migliore analisi sulle nuove scelte effettuate dai cittadini e su quelle possibili dopo la pandemia. I ritorni sono segnati da recuperi esemplari dell’esistente e, per altro verso, dall’offerta a buon mercato per gli stranieri senza auto. Su entrambe occorre una riflessione seria: il bisogno reale di edilizia economica, non solo per gli stranieri, ma per classi sempre più vaste di cittadini impoveriti e l’affezione alla cultura della città, dei rapporti di vicinato, come della sua storia - conclude Italia Nostra -. Per altro verso, una economia che punti sul rispetto della natura e del patrimonio comprende la riqualificazione di artigiani, professionisti e imprese specializzati nel restauro e nella manutenzione della città e del territorio. Di questo oggi si avverte più che mai il bisogno". Per discuterne Italia Nostra sta valutando la possibilità di organizzare prossimamente un incontro con la partecipazione in teleconferenza di alcuni dei maggiori esperti nazionali in materia.
 

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