Veglia di Pentecoste all’insegna del servizio al prossimo: un volontariato che è ritornato ad essere giovane

Il medico Cristiano Colinelli ha raccontato la sua esperienza di lavoro come pneumologo all’ospedale Morgagni di Forlì, divenuto reparto Covid dal 14 marzo al 22 maggio

“Un volontariato che è ritornato ad essere giovane”. E’ stata questa la vera novità emersa dal corpo delle testimonianze rese sabato sera in Cattedrale, nel corso della Veglia di Pentecoste presieduta dal vescovo di Forlì-Bertinoro mons. Livio Corazza. Priva della tradizionale liturgia dell’accensione del fuoco in piazza San Giovanni Paolo II e alla presenza dei soli rappresentanti delle unità pastorali e delle associazioni ecclesiali appositamente invitati, la liturgia è iniziata direttamente in Cattedrale con la proclamazione del Vangelo, seguita da quattro testimonianze imperniate sulle parole guida dettate dal Vescovo all’inizio dell’anno pastorale: bellezza, bontà, beatitudine e Benedetta.

“Questo periodo a casa imposto dalla pandemia - dichiarano Edoardo Russo ed Elisabetta Fiori - ha scombinato tanti equilibri nella nostra famiglia, ma anche creato delle belle novità: siamo passati da tempi fortemente frenetici a ritmi distesi, dilatati. Non abbiamo letto un libro al giorno, fatto il pane in casa o riparato un mobile, ma abbiamo comunque imparato tante cose nuove”. I due giovani hanno approfittato dei due mesi di contenimento per reimpostare alcuni spazi nella casa, ascoltarsi vicendevolmente senza fretta, dedicarsi con maggiore attenzione al figlioletto di un anno. “Quest’anno - precisa Elisabetta - abbiamo vissuto una Pasqua che sapeva veramente di Pasqua, di famiglia riunita, anche se ci sono mancati l’incontro con gli altri e il confronto”.

I due mesi di quarantena hanno portato anche ad una nuova consapevolezza della Messa domenicale, preclusa per due mesi e surrogata dalle dirette streaming: adesso che è potuta ritornare in chiesa, la coppia ha compreso la necessità di impostare nuove relazioni, col Signore e con la comunità parrocchiale, ma anche riassaporato il gusto della partecipazione all’eucaristia come gesto concreto d’incontro e di servizio. Il medico Cristiano Colinelli ha raccontato la sua esperienza di lavoro come pneumologo all’ospedale Morgagni di Forlì, divenuto reparto Covid dal 14 marzo al 22 maggio.

“Gesù nel Vangelo ci dice che la bontà nasce e si sviluppa, nel momento in cui sappiamo guardare gli altri con gli occhi dell’amore”. Per oltre due mesi Colinelli ha condiviso il cammino con gli ammalati ricoverati, per i quali ha fatto filtro con i familiari, comunicando esclusivamente con gli occhi. “Ho visto occhi arrossati dal pianto e angosciati dalla paura, ma anche occhi felici. I pazienti accuditi in reparto erano gravi, ma soprattutto soli. Così abbiamo riscoperto come operatori sanitari cosa significa prendersi cura di un altro”. Colinelli e gli altri sanitari del reparto Covid sono stati chiamati a supportare la dimensione psicologica e relazionale, ma anche quella spirituale. “Ho accettato persino di dare la comunione come ministro straordinario dell’Eucaristia: lì veramente ho avvertito la grandezza dello spirito, che ci aiuta a scorgere segni di speranza, di vita”.

E se Cristina e Francesco, durante il periodo del “restate a casa” hanno riscoperto coi 4 figli la grandezza della beata Benedetta Bianchi Porro, partendo dal suo scritto secondo cui l’eroismo è non ribellarsi ma accettare con fiducia e speranza ogni situazione, “veramente attualissimo nel periodo di contenimento appena trascorso”, Beatrice Rosetti ha raccontato la gioia del servizio durante la pandemia. “Allo scoppio dell’emergenza mi sono chiesta se volessi essere solo spettatrice, o cogliere l’occasione per fare qualcosa per gli altri”.

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Dopo pochi giorni si ritrova ad operare come volontaria alla mensa Caritas di via Paradiso, in mezzo a tanti altri giovani. Facendo riferimento al discorso evangelico della montagna, in cui Gesù enuncia le Beatitudini come un nuovo modello per vivere, Beatrice ha compreso che, dopo due mesi di volontariato alla Caritas, la sua gioia ora è strettamente collegata al servizio e alla gioia di altri. “Il filo che tiene insieme le quattro perle appena ascoltate – dichiara il vescovo nell’omelia – è la Parola di Dio”. Traendo spunto dalla Lettera ai Romani di San Paolo, capitolo 5, “Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio (…) La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”, mons. Corazza rileva che “è stato bello cogliere dalle testimonianze la capacità di far fiorire la speranza anche nella sofferenza. Questa è la nostra sfida: saper portare consolazione e pace laddove c’è bisogno”. Quel periodo è stata una prova anche per la nostra fede, ma noi non abbiamo reagito con rabbia, bensì testimoniando la pace di Dio nel nostro cuore. Questo semina speranza. Noi siamo seminatori e costruttori di speranza”. 

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