Covid-19, il direttore della Pneumologia Poletti: "La globalizzazione ha fornito ali al virus. Bisogna abituarsi alla mascherina"

"Il Coronavirus ci ha sconvolti tutti, ci ha fatto cambiare radicalmente l’organizzazione all’interno dell’ospedale", dichiara

"È un virus destinato a perdere, ma il prezzo di questa vittoria non sarà piccolo". A dirlo è il professor Venerino Poletti, direttore del Dipartimento Toracico dell’Ausl della Romagna, della Pneumologia all’ospedale "Morgagni-Pierantoni" di Forlì e Full Professor ad Aarhus (Danimarca), che ha parlato della sua esperienza in prima linea nella battaglia al Covid-19 e di come questa pandemia influisce e influirà sulla quotidianità.

Originario di Villanova di Bagnacavallo, il professor Poletti ha iniziato la professione partendo dalla Tisiologia, sotto la guida di un altro illustre medico bagnacavallese, il professor Domenico Zannoni. "Mai avrei pensato di vivere questa situazione - confessa -. Quando iniziai, negli anni Ottanta, la tubercolosi era ancora molto diffusa e pericolosa, ma la trasmissione della malattia non era  facile e quindi i malati non erano così numerosi da inceppare il funzionamento del Sistema Sanitario Nazionale come invece è avvenuto ora. Il Coronavirus ci ha sconvolti tutti, ci ha fatto cambiare radicalmente l’organizzazione all’interno dell’ospedale, ci ha insegnato che la robustezza di un sistema non è fatta soltanto di efficienza, ma anche di ridondanza e che la globalizzazione può avere spiacevoli effetti collaterali. Siamo arrivati a un punto in cui avevamo oltre 50 letti in reparto occupati da malati Covid-19 e i dispositivi di protezione scarseggiavano, come pure i respiratori. Ma ora la situazione sta lentamente migliorando, abbiamo meno ricoveri, e comunque meno gravi".

Il professor Poletti ricorda poi che alcuni scienziati già dopo l’epidemia di Sars del 2002 avevano previsto una nuova pandemia in tempi abbastanza brevi (il cosiddetto big one), sempre sostenuta da un coronavirus che dagli animali sarebbe passato agli esseri umani. "Alla Sars siamo scampati quasi per miracolo - ammette -. Il virus non si trasmetteva così facilmente e gli spostamenti e i contatti interpersonali non erano così diffusi come invece lo sono oggi. La globalizzazione ha fornito ali al virus, che si è diffuso con una velocità impressionante". Le relazioni, il ritorno a una quotidianità fatta anche di socialità, la ripartenza del mondo del lavoro come di quello della cultura e del turismo sono tutti temi di cui si parla molto, in queste settimane.

"È impossibile dare una tempistica di quando tutto questo finirà. Il discrimine sarà l’individuazione di una cura efficace o del vaccino, oppure – ma questo ci costerebbe molto in termini di vite umane – l’immunizzazione di almeno il 70% della popolazione. Tutti stiamo soffrendo l’isolamento: non potersi muovere, non poter vedere le persone che si amano. La rinuncia alla libertà è difficile ed è un problema per tutti. Ma è molto importante che a un allentamento delle restrizioni non corrisponda un abbassamento delle precauzioni".

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Prudenza sembra la parola d’ordine per questa fase così delicata. "Dopo un primo momento di incredulità e di eccessiva fiducia, i cittadini hanno capito l’importanza delle restrizioni e si sono dimostrati in larga parte molto responsabili - evidenzia -. Dovremo affrontare le progressive riaperture degli esercizi e degli spazi pubblici, nonché dei luoghi di lavoro, con un nuovo atteggiamento verso i contatti interpersonali. Dovremo essere tutti più sobri, rinunciare per un po’ a strette di mano e abbracci, abituarci all’uso della mascherina. Soltanto questa prudenza ci consentirà di non vanificare gli sforzi fatti finora".
 

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