Economia

Coronavirus, la crisi del settore della ristorazione. "Siamo invisibili agli occhi della politica"

Questo il tema centrale dell’Assemblea straordinaria “in piazza” della Fipe che a Roma, nella cornice di Piazza San Silvestro, alla quale ha partecipato Andrea Zocca, presidente di Fipe Forlì

Il mondo della ristorazione forlivese, colpito dalla crisi economica innescata dalla pandemia da covid-19, lancia ancora una volta forte il suo grido per chiedere al governo una data certa per le riaperture. Questo il tema centrale dell’Assemblea straordinaria “in piazza” della Fipe che a Roma, nella cornice di Piazza San Silvestro, alla quale ha partecipato Andrea Zocca, presidente di Fipe Forlì. "Anche Confcommercio Forli vuole testimoniare la sua vicinanza a tutti i lavoratori del settore dei pubblici esercizi - dichiara il presidente di Confcommercio Forli Roberto Vignatelli -, perché portate con dignità e serietà la voce di un mondo che ha subito sulla propria pelle tante decisioni difficili, incomprensibili, spesso ingiuste, in quest’anno drammatico di pandemia".

"Noi siamo in tanti - ha detto Vignatelli - e vogliamo futuro: per chi rischia in proprio e crea lavoro e futuro per la famiglia, per i collaboratori. Il mio impegno personale, quello della mia Associazione è sempre stato finalizzato ad ottenere risposte dalle Istituzioni, ci siamo battuti sempre per dare un aiuto concreto agli imprenditori e mai per avere un titolo sui giornali. Ci siamo battuti sempre per essere ascoltati, e mai per essere visti.  Ci siamo impegnati, anche a livello locale, per ottenere indennizzi a fondo perduto immediati e rafforzati. Ci siamo impegnati per spostare a lungo termine tutti quei costi, oggi insostenibili, che gravano sulle imprese. Mi riferisco sia alle tasse nazionali ma anche a quelle locali. Penso ai finanziamenti. Penso agli affitti. Penso alle bollette. Ci siamo impegnati perché “se non si sopravvive oggi, non c’è futuro domani. L’incertezza è il peggior nemico. Siamo per i vaccini e siano per il passaporto vaccinale, che resta il prerequisito della normalità. L’incertezza non ci fa programmare, taglia le gambe al futuro".

"Vogliamo riaprire in sicurezza. Chiediamo un futuro"

Zocca parla di "settore discriminato nella sua dignità", ed argomenta: "Noi abbiamo sempre avuto solo il dovere di rimanere chiusi. Non sarà possibile recuperare tutto quello che si è perso, ma almeno avere dei ristori compatibili con le perdite di fatturato.  Rispettando i protocolli di sicurezza, che peraltro abbiamo sempre scrupolosamente messo in pratica, vogliamo riaprire subito. Chiediamo con rispetto alla politica di tornare a fare il nostro mestiere. Le nostre ragioni, quelle delle nostre imprese, sono quelle di un mondo che non potrà mai essere compensato per quello che ha perso, ma deve essere riconosciuto per quello che vale e per quello che è in grado di dare. Le vostre ragioni sono quelle di chi vuole ripartire e lo vuole fare da domani. Perché il futuro non (si) chiude".

"Ci dicano, una volta per tutte e ce lo dicano con i numeri –continua Zocca - se le nostre attività sono davvero quelle che vanno chiuse per prime e per troppi mesi. Ce lo dicano e ce lo spieghino bene. Perché noi vogliamo riaprire. Vogliamo riaprire in sicurezza. Perché la risposta all’emergenza solo con “più chiusure” è ormai una scelta insostenibile dal punto di vista economico e dal punto di vista sociale. Ogni giorno di chiusura in più, è un metro di deserto che avanza nella nostra città. Ed è un pezzo di futuro che si sgretola nell’identità del nostro Paese. Noi chiediamo un futuro".

Conclude Zocca: "Ancora oggi siamo chiusi la sera in tutte le zone arancioni, gialle o rosse che siano. E’dura vedere che ci sono alcune attività che lavorano e giustamente hanno garantito il loro diritto a lavorare e noi no e chiaro che poi possono accendersi gli animi anche se noi siamo la Fipe e condanniamo qualsiasi episodio di protesta violente. Non si possono chiudere le nostre aziende per decreto e poi ci si continua a chiedere di pagare tasse. Dobbiamo tornare a vivere del nostro lavoro altrimenti non possiamo rispettare nessuno impegno fiscale. Dobbiamo ripartire se vogliamo salvarci non siamo figli di un dio minore". 
 

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