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Il 40% dei metalmeccanici lavora in un'azienda in crisi

Sulla base dei dati aggiornati ad oggi e frutto di elaborazione della FIOM CGIL di Forlì, relativi alla dimensione della crisi nel settore metalmeccanico nel nostro territorio, si evidenzia come la crisi non sia affatto conclusa

Sulla base dei dati aggiornati ad oggi e frutto di elaborazione della FIOM CGIL di Forlì, relativi alla dimensione della crisi nel settore metalmeccanico nel nostro territorio, si evidenzia come la crisi non sia affatto conclusa e non si vedano nemmeno segnali di uscita dalla crisi stessa, con un rischio concreto di trovarsi alla ripresa dopo l’estate ad un momento critico per i lavoratori e le imprese. Le notizie vengono date dai segretari di Cgil, Paride Amanti e Fiom, Michele Bulgarelli.

Nelle imprese che applicano un contratto dell’industria, su circa poco meno di 7mila occupati, oltre 2.600 sono i lavoratori che si trovano in un'azienda metalmeccanica in crisi, in 50 imprese diverse (a fine gennaio 2012 erano 38 le imprese interessate e il limitato aumento del numero dei lavoratori coinvolti, maschera, secondo il sindacato, una diffusa riduzione di personale attraverso percorsi condivisi e fondati sulla volontarietà). Oggi il 40% dei metalmeccanici di Forlì lavora in un'azienda in crisi (coinvolta cioè nell'utilizzo di un ammortizzatore sociale: CIGO - cassa integrazione ordinaria -, CIGS - cassa integrazione straordinaria-, CdS - contratto di solidarietà).

La situazione nell'artigiano metalmeccanico è gravissima: oggi sono 88 le aziende  che hanno fatto richiesta di accesso agli ammortizzatori sociali previsti in quel settore (fondo Eber e successivamente ammortizzatori sociali in deroga); a fine gennaio erano 43. Sono raddoppiate in 4 mesi. All’uso diffuso e pesante degli ammortizzatori sociali si somma la tensione finanziaria nelle fabbriche del territorio, con diverse imprese fallite o chiuse negli ultimi mesi (con una perdita secca di diverse centinaia di posti di lavoro), ma anche con una situazione che vede circa 500 lavoratrici e lavoratori (ma potrebbero essere anche di più) con una situazione di pericoloso ritardo nel percepire la propria retribuzione, magari in aziende che pure non hanno crisi di commesse.


“E in tutto questo cosa c’entra la riforma Fornero? Cosa serve modificare l’Articolo 18, se non a riportare indietro la condizione dei diritti dei lavoratori di quarant’anni?”, sottolineano i rappresentati del sindacato. Per la FIOM CGIL dalla crisi si può uscire solo ricostruendo il contratto nazionale “come manifestazione concreta del diritto dei lavoratori alla coalizione, unificando il lavoro e i diritti e cancellando la precarietà, e affermando la democrazia e la libertà nei luoghi di lavoro. E’ un altro modello di società, alternativo a quello che ci ha portato dentro alla crisi. Più democrazia, più partecipazione, più diritti e un piano straordinario di investimenti pubblici e privati per creare lavoro. E’ tempo che si apra una discussione pubblica2.

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