Covid e crisi economica, indagine di Cna: ferie non per tutti. "Tanta preoccupazione per l’autunno"

Un questionario iniziato con una veloce occhiata al pregresso vale a dire ai mesi scorsi, durante il quale il 65% delle imprese ha fatto ricorso agli ammortizzatori sociali

Bisognerà attendere il post ferie per conoscere quanto sarà pesante la crisi economica determinata dalle conseguenze dell’emergenza sanitaria. Quella che si sta profilando, infatti, è un’onda lunga di cui ancora non si è in grado di valutare la portata. Che di certo non sarà positiva, come certificano i dati di un’indagine dell’Ufficio studi di Cna Forlì-Cesena che ha coinvolto 200 imprese della provincia, concentrate (per l’86%) nella fascia 1-15 addetti. Oltre il 50% rientra nei settori produzione e casa. Un questionario iniziato con una veloce occhiata al pregresso vale a dire ai mesi scorsi, durante il quale il 65% delle imprese ha fatto ricorso agli ammortizzatori sociali.

"Prevedere le dinamiche dei prossimi mesi, di fronte a tante, troppe incognite è davvero difficile - commenta Lorenzo Zanotti, presidente di Cna Forlì-Cesena -. L’impressione è che molte imprese stiano alla finestra in attesa degli eventi. E se questi fossero negativi, molte aziende, quelle finanziariamente più deboli o che hanno problemi di passaggi generazionali – potrebbero chiudere definitivamente. Per questo sono necessarie azioni che contribuiscano ad alimentare la liquidità delle imprese, a cominciare dalla cassa integrazione, che va alimentata migliorandone anche l’efficienza: è inaccettabile che a metà luglio in molti casi non siano ancora state erogate le provvidenze di marzo".

Secondo Cna "sono inoltre indispensabili azioni in grado di alimentare la spesa per i consumi (ad esempio, incentivi per la rottamazione di automobili ed elettrodomestici a bassa efficienza energetica) e, soprattutto, gli investimenti. L’Italia è uno dei Paesi a maggior tasso di risparmio, per questo gli incentivi ad interventi di ristrutturazione come il superbonus vanno nella giusta direzione, se i decreti attuativi li renderanno effettivamente fruibili a imprese e cittadini. Allo stesso modo, servono anche investimenti pubblici, compresi quelli di piccolo cabotaggio, da mettere in pratica coinvolgendo le imprese locali".

"Queste azioni - conclude Zanotti - possono innescare un volano importante, sul mercato interno, incentivando i consumi e gli investimenti delle imprese. In attesa di quegli interventi strutturali – la riforma del fisco e la sburocratizzazione – i cui ritardi hanno amplificato le conseguenze dell’emergenza sanitaria. Ora più che mai, il fattore tempo è fondamentale: le imprese non possono aspettare".

Ferie

Per il 53% delle imprese lo stop forzato ha comunque determinato un accumulo di ordini che sarà smaltito riducendo il periodo di ferie rispetto all’anno scorso. Per il 35% le ferie rimarranno uguali al 2019, mentre per il 12% le ferie addirittura aumenteranno, per compensare una domanda evidentemente ancora inferiore alle attese. Il 57% delle imprese, in ogni caso, osserverà la tradizionale chiusura agostana: una settimana per il 26%, due settimane per il 23% e tre/quattro settimane per il 13%. Tra le imprese che esportano, il 57% farà meno ferie rispetto al 2019. Tutto questo ha un forte impatto sulla disoccupazione: solo l’1,5% delle imprese ha dichiarato che effettuerà assunzioni a tempo determinato per affrontare il periodo estivo. 

Le commesse post vacanze

Un’incertezza alimentata dal pessimismo è, invece, quella che ritroviamo nelle previsioni per l’autunno. Soltanto il 4,6% le imprese prevede di avere ordinativi in crescita, il 18% quelle che pensano ad una certa stabilità delle commesse, il 17% quelle che non sono in grado di fare previsioni. Il pessimismo è rappresentato da quel 61% che parla di un autunno in calo, in forte calo per il un’azienda su tre (per il 4,6% con una riduzione di oltre il 50% degli ordini, 28% con un rosso del 25%).

Le conseguenze sul lavoro

Anche in questo caso le conseguenze sull’occupazione saranno concrete: il 13% degli intervistati dà per certo un ricorso alla cassa integrazione da settembre in poi, e una percentuale analoga lo ritiene probabile; il 28% non azzarda previsioni mentre il 46% non ricorrerà agli ammortizzatori.

Stop ad investimenti ed assunzioni

Di certo c’è che, in conseguenza della crisi, il 55% delle aziende ha dichiarato di aver accantonato i progetti di investimento o di nuove assunzioni.

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Il "sentiment"

I numeri visti sin qui anticipano l’elevato numero di risposte negative alla domanda finale dell’indagine: il grado di preoccupazione per le conseguenze di questa crisi. Ancora il 49% si dice molto preoccupato, il 46% abbastanza, mentre solo il 4% si dice ottimista. Come a dire che l’unica cosa certa è un clima poco incoraggiante.  

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