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L'altro Primo maggio: al lavoro in negozio anche per la festa dei lavoratori

La testimonianza di due lavoratrici che trascorreranno il giorno della festa dei lavoratori esattamente come tutti gli altri giorni, al proprio posto di lavoro. Una scelta possibile grazie alle liberalizzazioni del governo.

Il 1° maggio è la festa del Lavoro e dei lavoratori, un giorno da sempre dedicato alla chiusura delle attività per lasciare spazio al riposo e alla riflessione sul significato di questa data. Con l'avvento del governo Monti e il recente decreto sulle liberalizzazioni degli orari, ogni singola attività può decidere se e quanto rimanere aperta, anche il Primo maggio. Accade così che anche a Forlì c'è chi ha fatto questa scelta. Abbiamo sentito, con promessa di anonimato, due lavoratrici che passeranno questa giornata al lavoro, esattamente come tutte le altre, in centro a Forlì.

Il Primo maggio è la festa del Lavoro, ma per effetto della possibilità offerta dal governo Monti, le attività commerciali possono decidere se rimanere aperte oppure no. Il negozio in cui lavorate rimarrà aperto, come avete accolto questa decisione?
La decisione di rimanere aperti il giorno della festa dei lavoratori è stata presa molto male nel nostro negozio in quanto la liberalizzazione dà il via all'apertura domenicale senza più regole. E fin lì può essere una scocciatura ma ci stiamo, nel senso che ci si organizza e non è un grosso problema. Il problema nasce quando non vengono più rispettate nemmeno le festività principali e quindi di conseguenza i valori religiosi, sociali e politici che esse si portano dietro. Capiamo che il primo maggio sia in teoria una festa come un'altra, ma è un momento in cui un lavoratore si deve interrogare su quello che significa quella festa, il significato del lavoro, della lotte che si sono susseguite, nei vari secoli di storia del lavoro, per guadagnare i diritti di cui ora godiamo. E rinnegare un giorno di festa come questo è come mettere il valore del consumismo sopra tutti gli altri valori. E non ci sembra un grande insegnamento da dare alle generazioni che stanno crescendo e a quelle future.

Siete rimasti aperti anche per il 25 aprile, altra data storicamente dedicata alle celebrazioni dell'anniversario della Liberazione e nella quale molte attività commerciali rimanevano con la serranda abbasata. Voi no. Che riscontro avete avuto in termini di lavoro e afflusso di clienti?
Inaspettatamente, il 25 aprile abbiamo avuto anche un buon riscontro economico. Ma chiaramente l'incasso viene spalmato. Nel senso che poi se la gente compra durante le domeniche e i giorni festivi, poi magari compra di meno tra settimana. E infatti io non sto dicendo che, a livello di incassi, è così sbagliato tenere aperti. Secondo noi è più che altro una questione di rispettare una serie di valori nei quali i dipendenti possono credere.

In un momento di crisi economica, anche pochi euro di incasso fanno comodo all'esercente. Forse anche per questo il vostro datore di lavoro ha scelto di rimanere aperto, non pensate?
Noi non pensiamo che la nostra azienda abbia deciso di rimanere aperta per una questione di soldi. Secondo noi è una questione di dare un servizio e di credere in questa liberalizzazione. E da un certo punto di vista ci crediamo anche noi, nel senso che secondo me tutte queste aperture domenicali, creano necessariamente occupazione, che in secondo luogo crea consumi, che di conseguenza creano un aumento della produzione. Ma dato che le festività religiose e statali si contano sulle dita, secondo noi sarebbe opportuno rispettare almeno quelle.

In città come Roma e Firenze, assediate da migliaia di turisti ad ogni ponte festivo, come è possibile mantenere i negozi chiusi?
Secondo noi nelle grandi città è impossibile tenere i negozi chiusi durante le festività. Ma proprio perchè sono altamente frequentate da turisti provenienti da ogni parte del mondo, credo che sia più giusto e sicuramente più redditizio tenere aperti i negozi proprio considerando l'afflusso di turisti che non è minimamente paragonabile all'afflusso in una città come Forlì che, al contrario, tende piuttosto a svuotarsi durante le festività.

Lavorate in centro, dove molti negozi soffrono la crisi economica ma anche le difficoltà in cui si trova il centro cittadino. Dal vostro punto di vista, cosa si potrebbe fare per aumentare l'attrattività del centro e quindi anche la redditività delle attività commerciali (magari evitando di dover rimanere aperti sempre)?
Noi crediamo che il centro di Forlì andrebbe completamente rivoluzionato. Innanzitutto bisognerebbe abbassare il costo dei parcheggi, e non solo mettere la sosta gratuita il sabato pomeriggio dopo le 5. Poi bisognerebbe smettere di dare delle licenze a kebabberie, call center e negozietti cinesi che portano in centro solo extracomunitari. Non siamo razziste ma è ovvio che creare dei ghetti come quello che si è creato in via Giorgio Regnoli non aiuta certo ad aumentare il passeggio, l'attrattività del centro e quindi le vendite. Al contrario crediamo che i negozianti, anzichè lamentarsi sempre, dovrebbero cominciare ad organizzarsi e a creare di volta in volta dei piccoli eventi sulla linea dei mercoledì sera di giugno e luglio che trascinano in centro una grandissima quantità di persone. E dato che Forlì sta diventando sempre di più una città universitaria, sarebbe bene aumentare anche le opportunità di socializzazione e incontro proprio per questa parte della popolazione forlivese.

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