"il giuramento", al Diego Fabbri il racconto del fascismo nelle università

a giovedì 1° marzo a domenica 4 è in programma al teatro Diego Fabbri lo spettacolo "Il giuramento" di Claudio Fava, realizzato dal teatro stabile di Catania per la regia di Ninni Bruschetta. Giovedì alle 17:30 l'autore incontrerà il pubblico nel Foyer della sala per una presentazione dell'opera.

Le teste si possono tagliare o contare. Il regime fascista, nelle università italiane, scelse entrambe le soluzioni. Di teste ne contò 1238. Dodici furono quelle che tagliò. Eroi per caso di un'Italia civile a cui era rimasta solo quell'estrema risorsa di dignità: il diritto ad un rifiuto. Accadeva il 13 novembre 1931. Il mio testo teatrale – dice l’autore – racconta uno di loro. Che nella propria storia raccoglie i pensieri e i gesti di tutti: l'incapacità della menzogna, il rigore illuminista del sapere, la noia per liturgie del fascismo. Ma anche l'intuizione sul destino del paese, sul modo in cui furbizie e conformismi avrebbero trasformato l'Italia di quegli anni in una terra senza libertà e senza decenza. 
Si chiama Mario Carrara e fa il medico legale in un tempo ancora abituato a censire gli uomini e le anime con l'algida geometria di Cesare Lombroso: fronte, ossa, sguardo, fiato, pelle… Nella vita di Carrara – vedovo, solitario, ironico e inacidito al tempo stesso – c'è l'università che per lui è esercizio del dubbio volterriano. C'è la fantesca Tilde che lo accudisce, lo sfotte, lo scuote. C'è il suo corredo di pillole minute come un'unghia per sedare claustrofobie e gastriti. E c'è il carcere dove Carrara da vent'anni va ad ascoltare, a lenire, a curare solitudini. Attorno a lui corre l'Italietta conformista dei primi anni del fascio, gli studenti con la tessera del Guf cucita nella tasca dei pantaloni, il finto perbenismo, la carriera, le conversazioni vaghe e discrete dei colleghi, le brume umide di una città del nord… Sulla politica, fatta di goliardia e di lettere maiuscole, Carrara nutre un disagio estetico più che ideologico. Gli sembrano ridicoli certi suoi studenti inamidati in camicia nera e pugnaletto. Gli vengono a noia le finte orazioni dei colleghi più anziani sulla patria e sul destino. Troppo poco per un turbamento o per una ribellione: la vita potrebbe scorrere senza pieghe… Finché accade qualcosa. All'inizio sono solo dettagli: passi di marcia lungo la strada, un detenuto bastonato in cella, la rassegnazione di certi colleghi, la tiepida prudenza di ragazzi che hanno solo metà dei suoi anni... Lentamente attorno a sé Carrara percepisce l'agonia di un'Italia in cui molti capiscono cosa sta accadendo ma pochi scelgono di stare dalla parte giusta. Non scelgono ebrei e liberali, che continuano a iscriversi a migliaia al partito fascista. Non sceglie la chiesa che cerca solo parole di benevola neutralità. Perfino socialisti e comunisti continuano a ritenere Mussolini solo un frutto del caso, un errore minore. Quando il rettore gli comunica data e prescrizioni del giuramento – fedeltà al Re e al Duce – Carrara capisce di non poterlo fare. Non per eroismo. E' che in quel giuramento, Carrara riconosce improvvisamente anche la propria vita: le pillole disposte in buon ordine sulla tovaglia dei suoi pranzi da vedovo, l'inconfessabile paura di accettare il corteggiamento di Tilde, l’estraneità per quei ragazzi a cui ha regalato il proprio sapere senza rivolgere loro mai una domanda di troppo. E invece le domande adesso sgorgano, impertinenti, necessarie: che ci fate a vent’anni con quel pugnaletto e la camicia nera? Più che una ribellione, è il senso della decenza. Ma anche l’occasione per dare una sferzata alla propria vita. In quell’ultima lezione di verità ai suoi giovani avanguardisti e ai suoi rassegnati colleghi. In quell'amore sospeso per Tilde che ha trovato finalmente il coraggio e la spudoratezza di non rifiutare. In una delle ultime scene, mentre gli altri professori pronunciano il loro giuramento, vedremo Carrara attraversare i camminamenti del carcere in cui ha sempre lavorato da medico legale: questa volta da detenuto, con i pantaloni larghi e i passi trascinati perché gli hanno tolto cintura e stringhe. Non ha giurato. Non poteva. Non potrà mai più…

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