Marco Viroli presenta “La Romagna dei castelli e delle rocche”

I primi insediamenti nel territorio di Forlimpopoli risalgono al Paleolitico inferiore, come attestano i numerosi manufatti, conservati presso il locale Museo Archeologico. Nel corso dei secoli, quest’area fu poi abitata da popolazioni umbre e galliche. Nel III secolo a. C., con l’arrivo dei romani, fu avviato un imponente intervento di bonifica agraria, documentato da tracce, tuttora visibili, della centuriazione, di cui si distinguono tre fasi successive.

Sul tracciato della Via Emilia, realizzata tra il 189 e il 187 a. C., nacque Forum Popilii, la città di fondazione, il cui nome deriverebbe da Popilio Lenate, il console romano che, attorno al 132 a. C., avrebbe dato impulso all’opera di colonizzazione di queste zone della pianura romagnola con la costruzione di un importante asse viario, la Via Popilia, che doveva collegarle con la costa adriatica.
Ben presto Forlimpopoli divenne un centro vitale, caratterizzato da attivissime fornaci, specializzate nella produzione di laterizi e di anfore, adatte al trasporto di vino. Fu così che, nel secondo secolo d. C., la città visse il suo periodo di massimo splendore.
Tra il 661 e il 671 d. C, racconta Paolo Diacono di come Forlimpopoli fu distrutta da Grimoaldo, re dei Longobardi. Attaccato dai forlimpopolesi nella sua marcia verso il centro-sud della penisola, al ritorno, Grimoaldo si vendicò aspramente, radendo al suolo la città. Scriveva Paolo Diacono, storico dell’VIII secolo, che le orde di Grimoaldo investirono Forlimpopoli il sabato di Pasqua, mentre si celebravano i battesimi. La ferocia degli aggressori fu tale e tanta che i sacerdoti furono affogati nell’acqua dei fonti battesimali. Alla fine il massacro fu impressionante e chi si salvò fuggì lontano tanto che, ancora un secolo dopo, il paese contava pochissimi abitanti.

A sei anni dalla distruzione subita dalle orde di Grimoaldo, Forlimpopoli fu fatta ricostruire da Dagoberto. Ciò nonostante, per tutto l’Alto Medioevo, il declino della città proseguì. Forlimpopoli restò comunque un piccolo ma vivace nucleo urbano, sede episcopale, legata alla presenza della cattedrale e del vescovo, primo dei quali era stato l’ateniese Rufillo, divenuto poi santo e patrono della città.

La storia documentata di Forlimpopoli ha inizio nel 817, anno in cui Carlo Magno ne fece dono alla Chiesa romana. Nel 967 entrò nella sfera d’influenza della Chiesa ravennate e fu in seguito a una sommossa popolare che, nel 1177, passò sotto la giurisdizione dell’imperatore Federico Barbarossa. Ottenuta l'autonomia comunale, Forlimpopoli partecipò alle lotte tra Chiesa e Impero, tuttavia quando entrò in crisi l'istituzione comunale, iniziò a subire le mire espansionistiche di Forlì e degli Ordelaffi.
Sull’odierna piazza Garibaldi si affaccia la maestosa “Rocca albornoziana”, una delle più belle e meglio conservate della Romagna, così chiamata a ricordo di chi ne volle l’edificazione: il cardinale Egidio Albornoz, l’alto porporato, guerriero per passione, cui il papa aveva affidato la riconquista dei territori di Romagna.

Poco si conosce sull’origine del baluardo militare che sta a guardia delle mura della città. Nel 1356 fu fatto restaurare o forse costruire ex novo da Francesco Ordelaffi, sulle fondamenta della cattedrale intitolata a Santa Maria Popiliense e del vescovado. Da allora la rocca seguì le alterne vicende della signoria ordelaffiana, passando a tratti sotto il controllo diretto del papa. Nel 1360, come si è detto, il cardinale Albornoz, al comando delle truppe pontificie, dopo un lungo assedio, conquistò Forlimpopoli e fece radere al suolo la città, lasciando libertà di saccheggio ai suoi soldati.
Secondo lo storico Paolo Bonoli l’ordine di mettere a ferro e fuoco Forlimpopoli fu dato per ritorsione contro i forlimpopolesi, ritenuti colpevoli di avere ucciso il vescovo mentre questi li esortava a deporre le armi e ad arrendersi ai papalini.

Altri affermano che la rappresaglia fu voluta dall’Albornoz in persona, poiché i forlimpopolesi, nel tentativo di eliminarlo, avevano ucciso il suo cavallo preferito. A conforto di questa tesi vi sono le parole del cronista Leone Cobelli, il quale a riguardo scrisse che il cardinale «indignato contra li homini di Forlinpolo dise: O homini de Forlinpolo, voi non ve voliste mai accordare con meco». Sta di fatto che l’ira del religioso fu funesta: «(…) fece rovinare le case e le mura de la cità e reinpiere le fossi de la cità. (…) Poi fece lavorare la terra e sominare de sale».

A seguito della distruzione della città, raffigurata in un grande dipinto che si trova all’interno del castello, molti abitanti di Forlimpopoli fuggirono a Forlì. Un’altra parte della popolazione fu deportata a Bologna, insieme alle pietre degli edifici demoliti, con le quali fu costruito il palazzo detto Collegio di Spagna.
Come ulteriore castigo verso i forlimpopolesi, l’Albornoz fece cancellare il titolo di città e spostare la sede vescovile a Bertinoro. Inoltre le amate reliquie di San Rufillo, primo vescovo e patrono, furono trasferite a Forlì, dove restarono per circa sei secoli. Solo nel maggio del 1964 le spoglie del santo furono restituite dalla Chiesa di Santa Lucia di Forlì, che conserva tuttora l’arca in cui il corpo era custodito.
Dopo la conquista, l’Albornoz fece riedificare la rocca, considerata strategica per la difesa di questa parte del territorio, inglobando anche edifici preesistenti. Nel 1371 il fortilizio a guardia della città era oramai pressoché ultimato, come si apprende dal cardinale Anglic de Grimoard che, nella sua Descriptio Provinciæ Romandiolæ, la definisce “Rocca Salvaterra”, forse a evocare la funzione svolta a presidio del territorio e a protezione della piccola comunità sopravvissuta alla distruzione della città.

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