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L'analisi del freddo dall'Artico, sbalzo di 20 gradi in pochi giorni. "Una delle maggiori escursioni termiche di aprile dal 1960"

Pierluigi Randi, tecnico meteorologo certificato e meteorologo Ampro (Associazione meteo professionisti), analizza l'ondata di freddo degli ultimi giorni

Scherzi dei cambiamenti climatici. Sulle vette dell'Appennino si è vista più neve in questi giorni che in tutto l'inverno, il più mite dell'ultimo secolo. L'ondata di freddo giunta dall'Artico ha regalato un paesaggio ovattato sul Monte Falco, in contrasto con le temperature anomale e tipicamente estive del fine settimana del 14 aprile. "Specialmente nelle stagioni di transizione tendono ad amplificarsi gli estremi termici, con una netta prevalenza di quelli caldi, ma senza escludere quelli freddi, che possono essere lo stesso severi", osserva Pierluigi Randi, tecnico meteorologo certificato e meteorologo Ampro (Associazione meteo professionisti).

Randi, la primavera si vestita d'inverno dopo aver regalato un anticipo d'estate. Riepiloghiamo cosa è successo in questi giorni...
"Dopo un periodo estremamente caldo nella prima metà del mese, culminato tra i giorni 13 e 14 quando sono stati avvicinati i record di temperatura massima assoluta di aprile (appartenenti al 9 aprile 2011 con valori superiori a 30°C), la circolazione atmosferica è radicalmente cambiata, con il promontorio anticiclonico sub-tropicale che si è defilato verso ovest rimontando in pieno atlantico. Ciò ha lasciato campo libero all’approfondimento verso sud di una vasta saccatura in quota di origine artica, la quale, attraverso alcuni impulsi di aria molto fredda, si è inserita sul bacino del Mediterraneo attraverso l’Europa centrale. L’impulso freddo più recente ha innescato una depressione al suolo che dal Golfo di Genova si è portata verso il Tirreno centrale, portando un ulteriore calo termico ma anche precipitazioni intermittenti, che sui rilievi emiliani sono risultate di tipo nevoso fin sotto i 500 metri. Le temperature sono scese rapidamente già dal giorno 17, ma tra i giorni 22 e 23 hanno superato a stento i 10°C (massime), mentre di notte e al primo mattino si è scesi anche sotto i 5°C nelle zone extra urbane. Tuttavia, grazie alla frequente copertura nuvolosa e a ventilazione spesso moderata, sono state scongiurate gelate tardive per irraggiamento radiativo in pianura le quali avrebbero potuto essere letali".

Vedere la neve cadere in questo periodo non è una novità. E' stato più anomalo non averla vista nei mesi invernali piuttosto...
"Esattamente. Dopo un inverno poverissimo di neve, con sporadici eventi e solo a quote elevate, su alcune aree appenniniche emiliane si è avuta la nevicata più abbondante da inizio anno, con accumuli anche superiori al mezzo metro sul comprensorio dell’Abetone. Data la presenza di aria molto fredda in quota, ma anche instabile, nelle zone di pianura e costiere non sono mancati temporali talvolta accompagnati da grandine di piccole dimensioni, ma talora abbondante e con deposito al suolo, anche se eventi di questo tipo sono piuttosto comuni in primavera".

Però nel 1991 la neve arrivò persino in pianura. C'è una sorta di similitudine con questa ondata di freddo?
"Qualche similitudine a livello dinamico c’è, tuttavia l’evento del 1991 fu ancora più intenso con la neve che imbiancò anche le pianure fino al faentino e al forlivese occidentale, mentre su alcuni capoluoghi emiliani come Modena e Bologna tra il 17 e il 18 aprile si superarono i 15-20 centimetri. In passato annoveriamo però altri eventi di assoluto rilievo per  aprile, come ad esempio quelli del 20-21 aprile 1973 (temperatura massima di soli 5,4°C a Cesena il giorno 21); del 9-11 aprile 1994 (temperature massime nel faentino tra 6 e 7°C) e del 20-22 aprile 1997 (massime inferiori a 7°C nel riminese). Ma anche nell’aprile 2021 si ebbe una severa ondata di freddo con gelate tardive devastanti tra la prima e la seconda decade del mese, e freddo che si mantenne fino al giorno 28 circa. Peraltro, anche l’aprile 1997 ebbe temperature molto basse fino a buona parte della terza decade del mese, anche in quel frangente con ripetute e intense gelate tardive, complice la presenza di una massa d’aria più secca che portò minore instabilità e cielo spesso sereno. Insomma, di tanto in tanto, forti raffreddamenti di tipo quasi invernali, si manifestano sulla nostra regione, quindi non si tratta di una novità".

Quanto durerà questa fase fredda ed instabile?
"Ne usciremo tra il giorno 27 e il giorno 28, quando le temperature rientreranno nella norma del periodo; in seguito è probabile che esse tornino su livelli superiori alla norma, anche se la fase calda non dovrebbe essere particolarmente prolungata".

Guardando sul lungo medio-termine sono previste altre incursioni fredde o si tornerà sopra la media?
"Dopo un periodo più caldo rispetto alla norma, inquadrabile indicativamente tra il 29 aprile e il 2 maggio, si nota un segnale caratterizzato da una nuova flessione delle temperature, le quali però dovrebbero semplicemente rientrare nelle medie tipiche del periodo, e con tempo che tornerebbe moderatamente instabile per l’influenza di aree depressionarie, non intense, provenienti da ovest, anche se l’incertezza è inevitabilmente ancora elevata".

Se questa ondata di freddo si fosse presentata a gennaio o febbraio avrebbe portato la neve anche in pianura?
"Molto probabilmente sì, poiché avremmo avuto bassi strati più freddi e chiaramente la massa d’aria in arrivo dal nord Europa sarebbe stata accompagnata da valori termici in media e bassa troposfera molto più bassi. Quindi la probabilità di nevicate intermittenti anche in pianura sarebbe stata elevata. Ma di fatto, una dinamica come quella degli ultimi giorni nel recente inverno è completamente mancata. Una situazione purtroppo beffarda, se pensiamo anche alle negative ripercussioni sul turismo invernale della Romagna".

Con i cambiamenti climatici in atto, le ondate di freddo tendono a manifestarsi con più frequenza in ritardo rispetto al passato?
"Qualche segnale che punta in questa direzione c’è. Nonostante le tendenze al riscaldamento in tutte le stagioni, sembra persistere il rischio di ondate di freddo nelle stagioni di transizione, specie in primavera. Ciò è dovuto al fenomeno dell’amplificazione artica (maggiori oscillazioni delle onde atmosferiche, che più che propagarsi da ovest a est tendono a svilupparsi maggiormente da sud a nord) e a quello corrispondente dell’indebolimento della corrente a getto che porta ad un maggiore trasporto di masse d’aria polare verso latitudini più basse (fase attuale) e di aria sub-tropicale verso latitudini elevate (prima metà del mese), specialmente a inizio primavera dopo inverni assai miti, durante i quali un vortice polare eccessivamente profondo e confinato assai a nord accumula molta aria fredda. Alla fine dell’inverno o all’inizio della primavera, quando il vortice polare va incontro alla fisiologica senescenza, vengono rilasciate verso sud masse d’aria ancora molto fredde, che con l’amplificazione artica possono facilmente scendere a latitudini assai meridionali. Non tralasciamo però il fatto che i danni maggiori vengono causati non tanto dalle temperature quanto dall’eccessivo anticipo della ripresa vegetativa. In sostanza, oggi una gelata tardiva è in grado di provocare maggiori danni rispetto al passato. C'è da considerare un aspetto più eclatante".

Quale?
"Specialmente nelle stagioni di transizione tendono ad amplificarsi gli estremi termici, con una netta prevalenza di quelli caldi, ma senza escludere quelli freddi, che possono essere lo stesso severi. In questo aprile 2024 siamo passati da temperature massime di 30°C circa il giorno 14, a valori di circa 11-12°C negli ultimi 2 giorni, con uno sbalzo di 18-19°C nel volgere di poco tempo. Si tratta di una delle maggiori escursioni termiche di aprile dal 1960, e anche questo aspetto appartiene al segnale che indica una maggiore frequenza di eventi estremi, in questo caso termici, che già si sta manifestando, e che potrà ulteriormente amplificarsi negli anni a venire".

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