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Angelini (Rivoluzione Civile): "Troppe spese militari"

La candidata al Senato Liana Angelini affronta il tema del ruolo “militare” del nostro paese

“L’art. 11 della nostra Costituzione non si presta certo ad equivoci quando afferma che l’Italia “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e sancisce un principio che è entrato a far parte indissolubilmente del nostro DNA, già all’indomani della fine della seconda guerra mondiale”.

La candidata al Senato Liana Angelini affronta il tema del ruolo “militare” del nostro paese e aggiunge: “ingentissime sono le spese militari che i nostri disastrati bilanci sono costretti a sostenere annualmente a scapito – senza alcun dubbio – di investimenti in aree ben più prioritarie ed urgenti. Prendere spunto dalle commesse che il governo Monti - e quello Berlusconi prima di lui - ha aggiudicato alla statunitense Lockheed per l’acquisto di un imprecisato numero di F35 (ancora non si riesce a sapere il numero esatto ma solo la cifra stanziata: oltre 90 miliardi di euro) e poi scoprire che vengono giù con qualche fulmine è materia di ampio dibattito su ogni organo di stampa ed in ogni incontro televisivo.

Scoprire poi che, nel più totale silenzio, abbiamo appena acquistato dalla Germania un paio di sommergibili per una somma di circa un miliardo di euro indigna oltre modo (e indigna ancor più se messo a confronto con il ricordo dei malati di SLA che sotto a Montecitorio, chiedevano ad una commossa – si fa per dire - Ministra Fornero di non tagliare qualche centinaio di migliaia di euro destinati alla loro assistenza e sopravvivenza).
E’ l’ora che l’Europa e l’Italia decidano di staccarsi dalla logica neocon secondo cui uno Stato, anche in tempo di pace, debba continuare a riarmarsi per paura del proprio vicino. Questa logica di impronta neorealista danneggia il mondo e lo rende certamente più instabile.

Da quasi 70 anni non scoppiano più guerre all’interno del vecchio continente e ciò lo si deve sia al fatto che l’unione economica tra gli stati membri rende quantomeno “infruttuoso” dichiararsi guerra a vicenda, sia alla situazione di contesto “multipolare” in cui viviamo, dove il ruolo predominante dell’una o dell’altra superpotenza, appartiene ormai al passato.

Tutto ciò rende oggi il mondo più sicuro e pertanto l’investimento in armamenti è al tempo stesso grave sul piano etico ed inutile su quello economico; l’unico vero risultato che si può conseguire è quello di creare voragini sempre più ampie nei bilanci pubblici.

Rimane quindi ai nostalgici della guerra solo la scelta del conflitto in quelle aree del mondo che vengono considerate di serie B; il Mali ne è un tragico esempio rispetto al quale nessuno si stupisce se un paese che ha da poco vinto il Nobel per la Pace insieme al resto del vecchio continente, marcia all’inseguimento di terroristi dal volto misterioso non tanto per salvare un paese ridotto in miseria quanto per tristi scopi economici ben precisi. Occorre, anche in questo caso un cambio di rotta in primis dai vertici europei; bisogna estirpare l’idea della logica di profitto e favorire la logica dello sviluppo senza l’ausilio dell’industria pesante.

Credo sia doveroso non stancarsi mai di sottolineare la scelleratezza di queste scelte che non solo contrastano con i dettami costituzionali sopra ricordati, ma – cosa forse ancor più grave – sottraggono ingentissime risorse finanziarie ad altri e più urgenti interventi di cui l’Italia in questo momento ha assoluta necessità (scuola, ricerca, sanità, pensioni, sgravi fiscali, incentivi al lavoro, solo per citarne alcuni).

Ripudiare la guerra in ogni sua forma e manifestazione non è solo uno delle più alte e significative testimonianze di civiltà per un paese; è, ne’ più ne’ meno, che la prova “provata” della volontà di una nazione di intraprendere il percorso di evoluzione culturale, politica e sociale necessario alla costruzione di un mondo libero da soprusi e schiavitù.

Senza voler cadere nella più banale ovvietà, vorrei anche ricordare che dietro ad ogni cannone, dentro ad ogni aereo, sulla plancia di ogni nave da guerra, c’è un uomo.

Ripudiare la guerra è soprattutto fare in modo che la vita umana non sia mai più messa a rischio nel corso di conflitti disumani e incomprensibili; significa agire concretamente perché si smetta di contare i morti in guerra e significa, soprattutto, contribuire alla costruzione di un’Europa di pace al posto di un’Europa che esporta la guerra in ogni parte del mondo mascherandolo con l’elegante termine inglese di “peace keeping” la cui traduzione letterale è “mantenimento della pace” (evito ogni commento ulteriore per rispetto di coloro che in nome di questo concetto, hanno perduto la loro vita).

Rivoluzione Civile opererà con grande decisione e determinazione per un veloce ritiro dei militari italiani da ogni teatro di guerra parallelamente alla costruzione di una “diplomazia della pace” che permetta – finalmente – di destinare le ingenti risorse economiche oggi destinate alla guerra, a finanziare il ritorno ad un giusto benessere per i cittadini italiani”.

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