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I Giovani Comunisti: "Dietro ai Forconi ci sono movimenti fascisti"

Tipico di queste formazioni neofasciste è muovere le pedine sulle paure della gente, cavalcando l’onda del disagio sociale

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di ForlìToday

Il malcontento popolare, causato dalla lunga crisi e dalla conseguente “pauperizzazione” della società, è la causa scatenante che ha indotto in questi giorni un consistente numero di persone a rivoltarsi contro il governo, scendendo per le strade di varie città italiane. Protesta del tutto legittima e ragionevole, se non fosse che ad organizzare questi movimenti siano forze di matrice neofascista. Tutto ciò è deducibile soprattutto da un primo dato che appare palese, ovvero, il tentativo evidente di congiungere persone stanche e adirate incitandole alla protesta e alla rabbia, senza tuttavia proporre soluzioni alle richieste reali. Tipico di queste formazioni neofasciste è muovere le pedine sulle paure della gente, cavalcando l’onda del disagio sociale per spostare a destra gli equilibri politici del paese, fino ad arrivare ad una vera e propria involuzione in senso autoritario delle istituzioni dello Stato. Occorre precisare, tuttavia, che all’interno di questo movimento convivono due fenomeni: quello politico (incarnato dai gruppi dell’estrema destra) e quello sociale (composto prevalentemente dal ceto medio impoverito e dal proletariato giovanile). Al di là della forte impronta neofascista che alcune organizzazioni stanno dando alla protesta, quali sono gli immaginari e le culture politiche di questi ceti? L’ideologia dominante, ovvero, quella che ha letteralmente “colonizzato”, citando Paolo Ferrero, le menti degli italiani con l’inganno neoliberista del facile arricchimento è, ancora oggi, il pensiero più diffuso. Un’ideologia così pervasiva da restare in piedi anche quando manifestamente non funziona, che rimane “dominante” anche nelle menti di quei soggetti che per primi stanno subendo gli effetti di quelle politiche. La “confusione” che caratterizza larga parte della società italiana è dimostrata da un dato certo: alla mobilitazione contro gli effetti del neoliberismo non corrisponde una consapevolezza della necessità di costruire un’alternativa al neoliberismo stesso. Permane, invece, l’incapacità di questa rivolta nel non saper costruire una propria lettura del mondo ad una proposta alternativa, e di questa “confusione” ne stanno beneficiando sia Berlusconi che Grillo, nel tentativo di porsi alla rappresentanza dei movimenti. La cultura politica non solo è intrisa di liberismo, ma si traduce, specie per i più giovani, in assenza di coscienza storica e analfabetismo politico. Questo qualunquismo presenta, a mio avviso, una marcata polarità, che vede da una parte il passivismo e dall’altra la reazione violenta con derive populistiche e sfumature neofasciste. Detto ciò, occorre fare anche una critica costruttiva al ruolo svolto da una parte della sinistra italiana negli ultimi vent’anni. Fosco Giannini, in un suo articolo, dice che “la responsabilità storica dei liquidatori del PCI nell’aver provocato l’inquietante involuzione sociale e politica che segna oggi il nostro paese si addensa tutta, oggi, sul PD e sulla CGIL. La trasformazione del PD, che con Renzi pare toccare il suo fondo, ha giocato un ruolo enorme nella costruzione di quest’Italia berlusconiana e ora “forconiana”, e altrettanta responsabilità ha la CGIL […] la quale, se fosse stata disposta ad assumere in sé il disagio sociale di massa, a condurre la lotta contro il liberismo dell’Ue e contro il pessimo governo Letta-Alfano, oggi non ci sarebbero forconi fascisteggianti nelle piazze italiane”. Di grande lucidità storica è il parallelismo che fa Giannini rifacendosi alle riflessioni di Antonio Gramsci alla fine degli anni ’10, quando individuava “nella passività, nell’inerzia, nella codardia e nella mancanza di un progetto rivoluzionario e di lotta del Partito Socialista le basi materiali per lo scatenarsi degli assalti squadristi condotti dai Fasci italiani di combattimento”, e non meno severa era la critica rivolta al sindacato, il cui funzionalismo portò a perdere l’obiettivo della lotta di classe. Lo stesso Gramsci, in quegli anni, fece alcune riflessioni sui nazionalisti reazionari, i quali, partendo dalla critica ai ceti politici dominanti e alle loro politiche antipopolari, finirono per essere la base materiale dell’avvento del fascismo. Questo per dire che l’impegno per una battaglia culturale, nel tentativo di attraversare la rivolta cercando di costruire una vera democrazia partecipata, deve essere, oggi, l’obiettivo fondamentale della sinistra d’alternativa. La protesta antiliberista si deve coniugare con  proposte precise di uscita dalle politiche di austerità e con la ricostruzione di una cultura antifascista. Solamente un polo di sinistra, comunista e anticapitalista può essere in grado di interpretare e rappresentare il disagio di massa che oggi viene delegato alle forze populiste e all’estrema destra. Tramite un lavoro concreto e condiviso, la nostra battaglia politica dovrà indicare la strada giusta per uscire dalla crisi e dovrà accompagnarsi ad una “battaglia delle idee” che spieghi, fondamentalmente, che la vera Rivoluzione non è quella che brucia i libri, ma è quella che parte dalla cultura per avviare un cambiamento volto a migliorare la società in senso egualitario.                                   

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