Provincia Unica Romagnola, "Il coraggio del progetto"

Nel dibattito, finalmente sviluppatosi a più voci, sul tema della provincia unica romagnola, è bene mantenere in ordine argomenti e aspetti salienti. La proposta – elaborata anni fa da Roberto Balzani e Giliberto Capano

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di ForlìToday

Nel dibattito, finalmente sviluppatosi a più voci, sul tema della provincia unica romagnola, è bene mantenere in ordine argomenti e aspetti salienti. La proposta – elaborata anni fa da Roberto Balzani  e Giliberto Capano e poi rilanciata dal primo prima come candidato e poi come Sindaco di Forlì (è contenuta nel suo programma di mandato), e che personalmente sostengo da tempo – non è mossa da questioni “contabili” né, tantomeno, da questioni prevalentemente “identitarie”. Mettere in rilievo questi aspetti significa sminuire la sua portata progettuale e non coglierne il carattere innovativo, al passo con le sfide del tempo presente e del futuro. La finalità prima della proposta attiene alla questione dell’efficienza e del buon funzionamento delle istituzioni rispetto ai loro compiti; e tra i compiti delle Province, oggi, c’è quello di un coordinamento di aree sempre più vaste che vedono intrecciarsi bisogni ed esigenze con scenari plurimi, alcuni anche molto ampi.

A questo proposito, è bene richiamare alcune questioni divenute assai rilevanti nel contesto territoriale romagnolo, entro il più ampio quadro di riferimento regionale (che va assolutamente mantenuto nella sua attuale configurazione).

La costituzione di un ente fieristico della Romagna, con Rimini capofila; la riorganizzazione dei trasporti, con l’opportuna costituzione della holding degli aereoporti di Romagna (con Rimini e Forlì, ma sarebbe auspicabile anche un allargamento ad altre realtà su scala regionale ed extraregionale) e il varo di un’unica azienda romagnola del trasporto pubblico locale; la nuova concezione del multi campus romagnolo all’interno dell’Alma Mater derivante dagli effetti dei decreti Gelmini. Ancora, sul versante delle questioni aperte, da tempo si lavora per riorganizzare il sistema sanitario tramite la cosiddetta “area vasta” (forse qui sarebbe davvero interessante aprire, tramite uno studio di fattibilità, un ragionamento su un’unica Ausl della Romagna, all’insegna della qualità dei servizi al cittadino, della massima efficienza e della riduzione dei costi).

Si tratta di questioni che hanno richiesto o richiedono, per essere affrontate con successo e lungimiranza, un approccio istituzionale integrato, legato al territorio ma anche a scenari molto più ampi, europei, globali. Di un approccio di sistema romagnolo necessitano anche risorse straordinarie, da valorizzare e su cui investire molto di più (diversamente anche da alcune scelte del passato) come quelle legate al patrimonio culturale, al paesaggio e alla fruizione turistica: il laboratorio di Ravenna e della Romagna come “capitale europea della cultura nel 2019” costituisce un affascinantissimo banco di prova e di sperimentazione per misurare la nostra capacità di vincere queste nuove sfide aperte ad una dimensione internazionale e ad un nuovo modo di concepire la valorizzazione del territorio.

L’idea della Provincia unica romagnola appare davvero una possibilità concreta per mettere in atto la proposta che il Pd nazionale, molto opportunamente, ha avanzato per un processo di accorpamento di questi enti: per renderli più efficienti, oltre che per risparmiare denaro. Che, oltre a tanti cittadini e numerose organizzazioni, figure politiche e istituzionali come i riminesi Roberto Piva (cons. reg. del PD) ed Emma Pettiti (candidata alla segreteria del PD) o, da ultimo, il Presidente della Provincia di Ravenna Claudio Casadio, ma anche una giovane rappresentante del PD ravennate come Serena Fagnocchi o rappresentanti di altre forze politiche, la condividano, la reputino una proposta interessante e una “buona base di partenza”, è davvero un buon segno. Credo si sia davvero tutti invitati, a questo proposito, ad un sano realismo ma al contempo, ad un rinnovato sforzo progettuale. La questione decisiva non è, primariamente, “contabile” o “identitaria”, ma riguarda il  coraggio del progetto, e la forza della politica di affrontare nuove, decisive, sfide.
 

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