Quote rose nei CDA. Casadei (PD): "Anticipare la legge, segnale positivo"

Dopo molte titubanze da parte del Governo, dal lavoro svolto nelle commissioni parlamentari è scaturito un provvedimento che prevede l’obbligo delle cosiddette “quote rosa” per comporre i Cda delle società quotat

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di ForlìToday

Dopo molte titubanze da parte del Governo, dal lavoro svolto nelle commissioni parlamentari è scaturito un provvedimento che prevede l’obbligo  delle cosiddette “quote rosa” per  comporre i Cda delle società quotate e delle controllate pubbliche non quotate .  Se il provvedimento è quasi rivoluzionario per l’Italia non è così per molti paesi, specialmente del nord Europa, dove da anni è stato introdotto questo dettato legislativo, ma si sa, si tratta di paesi dove la percentuale femminile nelle istituzioni è ben più elevata di quella italiana.



In questo modo, il nostro Paese ha accolto le indicazioni dell’Unione, in particolare del  Commissario europeo alla Giustizia, Viviane Reding, che aveva proposto alle imprese quotate in borsa di incrementare la presenza femminile nei ruoli di vertice.

La legge approvata in modo bipartisan (poche eccezioni, tra cui i radicali contrari per principio alle quote)  prevede che società quotate e controllate pubbliche non quotate inseriscano nei loro consigli di amministrazione: una quota di donne pari al 20% entro il 2012 ed una quota di donne pari a 1/3 % nel 2015.

Ma la legge entrerà in vigore solo dopo un anno dalla approvazione.

In caso di inadempienza partirà una diffida da parte della Consob a reintegrare il cda o i collegi entro quattro mesi; in caso di ulteriore inadempienza scatteranno un'ulteriore diffida di tre mesi e le sanzioni pecuniarie: da 100 mila a 1 milione di euro per i cda e da 20 mila a 200 mila per i collegi sindacali. Qualora le società non si dovessero adeguare entro i sette mesi concessi dalle due diffide scatterà la decadenza del consiglio d'amministrazione o degli organi di controllo.

Sarebbe un gesto particolarmente significativo se il mondo economico, anziché attenersi a quelli che saranno gli obblighi, solo una volta approvata la legge, anticipasse il provvedimento promuovendo l’ inserimento fin d’ora di componenti donna nei consigli di amministrazione.

Ci sono esempi virtuosi anche sul versante pubblico, il comune di Forlì ad esempio, ha già previsto che a parità di competenze professionali o tecniche richieste, nei cda delle società partecipate ci sia anche un criterio di riequilibrio in base al genere. E’ questa la via da seguire: “se non ora, quando?”.

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