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'Canucéra' e 'Lòm a Merz': la sfortuna e i riti propiziatori nella tradizione romagnola

Le riporta il forlivese Michele Placucci, nel testo del 1818 “Usi, e pregiudizj de' contadini della Romagna”, che raccoglie informazioni storiche, sociali e culturali relative alle tradizioni popolari della Romagna

La sfortuna nella tradizione romagnola assume diverse sembianze, una di queste, legata sicuramente ad una tradizione antropologica molto antica, è quella della filatrice. La ‘canucéra’, che significa ‘cannocchiaia’, dallo strumento usato per filare (canocchia) si inserisce nella tradizione contadina delle nostre terre, associata  agli ultimi 3 giorni di febbraio ed ai primi 3 di marzo, i cosiddetti “de’ dla canucéra”. Giornate particolarmente infauste per i raccolti, tanto che nell'antica tradizione contadina erano necessari riti propiziatori, i cosiddetti “Lòm a Merz . 

Lo riporta il forlivese Michele Placucci, nel testo del 1818 “Usi, e pregiudizj de' contadini della Romagna”, che raccoglie informazioni storiche, sociali e culturali relative alle tradizioni popolari della Romagna. “Nelli primi tre giorni di Marzo, ed ultimi tre di Febbrajo si guardano dal potare le viti, perchè dicono essi avere osservato, ed udito sempre dai loro avi, che le viti potate in que' giorni producono pochissima uva”,  riporta lo storico e scrittore che raccolse nel suo testo i risultati di un'inchiesta svolta durante il periodo Napoleonico, sugli usi e costumi dei contadini in Romagna.

Queste giornate  a fine febbraio e primi di marzo erano considerate poco favorevoli, non solo per la produzione agricola, ma anche per una nascita, tanto che esiste il detto, riferito ad une persona sfortunata, “e’ pê ch’a sia nêd par la Canucèra!”. Sicuramente questa tradizione affonda le radici nella mitologia romana  e prima ancora in quella greca, riportandoci alle figure delle Moire o Parche: Clòto, Làchesi e Àtropo. La prima tesseva il filo della vita; la seconda stabiliva quale destino assegnare ad ogni individuo; l'ultima recideva il filo della vita.  La tetra figura della filatrice, spesso associata ad una donna anziana, si ritrova, ad esempio, anche in un famosissima fiaba della tradizione europea, riproposta nel cartone animato di Walt Disney, “La bella addormentata”. Nella profezia la principessa sarebbe stata uccisa proprio da un fuso ed è la puntura di quest'ultimo che fa cadere la protagonista nel sonno dalla quale potrà svegliarla solo il bacio di un principe. Anche nella favola la vecchietta che fila con l'arcolaio diventa simbolo di sventura.  

Per esorcizzare questo periodo di sfortuna e magra nei raccolti e per accogliere la nuova stagione, nascono i riti propiziatori conosciuti come, appunto,  'Lòm a Merz', falò che restavano accesi anche tutta la notte e che vengono ancora oggi celebrati in tutta la Romagna con rievocazioni.  Si legge infatti nel testo di Placucci: “Nelli detti tre primi di Marzo, ed ultimi tre di Febbrajo tutti li ragazzi costumano sull'imbrunire della sera di fare lume a Marzo, come altri dicono; abbruciando ne' campi in vicinanza della casa varj mucchi paglia cantando la seguente canzone: 
Lemma, lemma d'Merz,
Una spiga faza un berch;
Un berch, un barcarol, 
Una spiga un quartarol; 
Un berch una barchetta, 
Una spiga una maletta

Tale canzone ha per oggetto augurii propizj per un copioso raccolto, giacchè hanno per massima che il mese di Marzo, sia ad essi contrario ed infausto, e perciò procurano di renderselo favorevole, cantando nel suaccennato modo”. 

La canzone è così tradotta: 
Lume a marzo, lume a marzo,
una spiga faccia una bica,
una bica, una bichetta,
una spiga un quartarolo,
una bica una bichetta,/
tre quattrini una sacchetta 

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