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L'Acquacheta nei versi di Dante: la storia dal nostro Appennino fino a Forlì

Lungo l’itinerario si incontra, prima il bivacco ‘Ca’ del Rospo’, anticamente un deposito attrezzi, poi il Molino dei Romiti, che era a sevizio dell’antico Eremo, fondato dai monaci dell’Abbazia di San Benedetto, dove quasi sicuramente fu ospitato Dante Alighieri

Tra gli itinerari più gettonati nel parco delle Foreste Casentinesi, Campigna e Monte Falterona, c’è da sempre quello che porta alla cascata dell’Acquacheta, partendo da San Benedetto. Questa imponente cascata, alla quale si arriva con un itinerario adatto a tutti, si raggiunge dal centro del paese, dopo avere percorso circa 4,5 km. 

Il percorso che si snoda da San Benedetto, partendo da piazza XXV Aprile, costeggia la riva sinistra del torrente Acquacheta. Lungo l’itinerario si incontra, prima il bivacco ‘Ca’ del Rospo’, anticamente un deposito attrezzi, poi il Molino dei Romiti, che era a sevizio dell’antico Eremo, fondato dai monaci dell’Abbazia di San Benedetto, dove quasi sicuramente fu ospitato Dante Alighieri. L’ultimo tratto del percorso porta allo spettacolo del belvedere, che apre una visuale incredibile sulla cascata.  Scendendo lungo il sentiero si giunge poi alla piana dove sono visibili i ruderi dell’Eremo.

La fama dell’Acquacheta, come è noto, ha radici nella Divina Commedia, precisamente nel XVI Canto dell’Inferno. 
"Come quel fiume c'ha proprio cammino
prima dal Monte Viso 'nver' levante,
da la sinistra costa d'Apennino,

che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,

rimbomba là sovra San Benedetto
de l'Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;

così, giù d'una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell'acqua tinta,
sì che 'n poc'ora avria l'orecchia offesa".

“Dante Alighieri, paragona il rumore dello scroscio dell’acqua della “caduta” nei periodi di piena alla rumorosa e assordante cascata del Flegetonte, fiume che separa il settimo dall’ottavo cerchio dell’inferno – spiegano i cultori di storia locale Gabriele Zelli e Marco Viroli -. Il fragore della cascata fu probabilmente uno dei suoni che colpirono maggiormente il poeta lungo la strada che oltrepassa l’Appennino fino a scendere a Forlì, un percorso che, tra la primavera del 1302 e quella dell'anno seguente, egli deve aver percorso alcune volte in entrambe le direzioni”. Ma come giunse Dante fino a qui, nel primo periodo del suo esilio? “Dante Alighieri, nel suo viaggio d'esilio dalla Toscana alla Romagna, sostò presso l'eremo dei Romiti e in seguito presso il monastero, che fu visitato anche da Giovanni Boccaccio (1313 - 1375), uno dei primi commentatori dell'opera e della figura di Dante”, chiariscono. Pare però che Dante conoscesse le nostre zone da prima del suo esilio, avendole visitate da ‘turista’. Di buona famiglia, Alighieri ricoprì importanti incarichi nella sua vita, e dai suoi scritti, attraverso le citazioni dei personaggi che ha incontrato, studiosi e storici ipotizzano che conoscesse bene la zona dell’Appennino Tosco-Romagnolo ancor prima di questi avvenimenti. 

Ecco i fatti che portarono Dante dalla Toscana a Forlì, durante l’esilio, riportati da Zelli e Viroli: “Verso la fine del 1302 o all'inizio del 1303, l'Università dei Guelfi bianchi, un'organizzazione di stampo politico-militare, lasciò Arezzo per trasferirsi a Forlì. Così fece anche Dante che, in quanto segretario di quell’organismo, ebbe la possibilità di iniziare a frequentare la corte di Scarpetta Ordelaffi, il nuovo capitano, e di collaborare con la sua cancelleria.  Scarpetta fu a capo della fazione dei guelfi bianchi di Firenze, tentò di ottenere il ritorno degli esuli cacciati dal capoluogo toscano dai neri, organizzando nel 1302 la spedizione che si concluse con una sconfitta avvenuta nel Mugello. Tra i fuoriusciti vi era anche Dante, che Scarpetta ospitò nel 1303, anno in cui si svolse la battaglia nei pressi di Castel Pulicciano, che vide i due schieramenti guidati entrambi da un forlivese. Da un lato per i fuoriusciti fiorentini e i ghibellini il comandante fu proprio Scarpetta, mentre le truppe che combattevano per la città di Firenze erano capitanate dal podestà Fulcieri da Calboli. Nella battaglia in questione ebbe la meglio quest'ultimo che si distinse per "essersi macchiato le mani di sangue". L'odio nei confronti degli Ordelaffi può anche spiegare la particolare spietatezza del trattamento riservato da Fulcieri ai vinti, crudeltà, peraltro, di cui diede prova anche nel corso della sua podesteria, tanto che i cronisti lo ricordarono come "uomo feroce e crudele". Lo stesso Dante, nel Purgatorio, ne traccia un impietoso ritratto come ‘cacciator’ di carne umana’”. 


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