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Lo spettacolo che quarant’anni fa stupì Forlì: tra fatti di sangue, Mazepégul ed incursioni clandestine nell'Ex Eridania

Bernabei ricorda il suo incontro in Comune con l’assessore che si occupava del Progetto Giovani, Flavio Montanari, che dopo qualche esitazione approvò l’idea di un laboratorio teatrale: “Senza di lui, non ce l’avrei fatta - spiega -, si fidò di me e gliene sono ancora oggi riconoscente"

Incidenti stradali, orrendi episodi in Piazza Saffi, performance clandestina dentro l’Eridania e Mazapégul, il folletto romagnolo, retaggio delle antiche leggende dei Celti. Tutti aspetti che furono affrontati dalla ventina di partecipanti al laboratorio Teatro e Memoria che ebbe inizio a Forlì nella primavera di quarant’anni fa. Ne uscì uno spettacolo presentato nella Sala Gaddi davanti a un folto pubblico affascinato e anche perplesso nel guardare una schiera di giovani (allora) che si cimentavano con disinvoltura e sicurezza sulla tematica della “mente locale”. Si trattava di dar vita all’humus culturale forlivese, sia storico che fantastico, catturato nella spanna di tempo approssimativamente tra il 1940 e il 1984.

A ricordare l’evento è Alfio Bernabei, il dovadolese trapiantato a Londra, oggi scrittore e storico affermato, che diresse il laboratorio di tre mesi sotto gli auspici del Comune e della Provincia di Forlì. “L’idea mi venne a seguito di un saggio su cui avevo lavorato anni prima all’università inglese, tra le facoltà di scienze politiche e letteratura. Allora andava molto di moda la ricerca tra storia, leggende ambientali e mitologie. Per elaborare questo tema ero tornato alle mie origini nel forlivese e, come supervisore locale, l’università mi aveva assegnato a Umberto Eco che era al Dams di Bologna. Anni dopo decisi di trasformare il tema in progetto visivo; però non da solo, ma insieme a un team di giovani, per capire cosa intendevano per “mente locale”, cioè come si pensavano portatori di conoscenze e valori tipicamente ‘forlivesi’ che li distinguevano da coetanei in zone e provincie limitrofe.

Bernabei ricorda il suo incontro in Comune con l’assessore che si occupava del Progetto Giovani, Flavio Montanari, che dopo qualche esitazione approvò l’idea di un laboratorio teatrale. “Senza di lui, non ce l’avrei fatta - spiega -, si fidò di me e gliene sono ancora oggi riconoscente; mi dispiace che non sia più tra noi.”

E gli incidenti stradali? Gli orrendi episodi in piazza Saffi? “Divisi i partecipanti in quattro gruppi - spiega Bernabei -,uno aveva il compito di riflettere su una sfilza di incidenti stradali di cui si parlava molto all’epoca. Giovani che sbandavano con i motorini con dei lutti che preoccupavano la cittadinanza e lo stesso Montanari. Era la frequenza che faceva impressione. A un altro gruppo avevo chiesto di rappresentare teatralmente cosa capivano della Resistenza in Romagna. Questo li portò a informarsi sulle foto di partigiani appesi ai lampioni in Piazza Saffi. Temi distanti tra di loro, ma tutti componenti, appunto, della “mente locale"".
 
Sulla performance clandestina dentro l’Eridania Bernabei è sicuro che tutti i partecipanti ne conservino il ricordo. “Ero affascinato da quell’enorme edificio in rovina circondato da cespugli e protetto da filo spinato. Quell’abbandono mi pareva tragico. Mente locale anche quella, ma paralizzata. Perché condannare una struttura così ben disegnata, quando avrebbe potuto tornare viva e diventare testimone di risorgimento ambientale e creatività? Un giorno ci infilammo tutti dentro. Fu lì che facemmo le prove dello spettacolo che poi presentammo nella Sala Gaddi. Nessuno sapeva di questo, certamente non il povero Montanari. Ma sono sicuro che l’entusiasmo suscitato da quell’intrusione di energia e di risonanza dentro un ambiente che tornava a riecheggiare di passi e di voci si rivelò di grande stimolo nel dar spinta all’intero spettacolo”.

Rimane il Mazepégul. Bernabei ricorda che tra i partecipanti al laboratorio c’era un giovane che pareva credere al folletto come se fosse parte della sua famiglia. “Gli chiesi di dimostrarcelo. E lui dopo averci pensato un po’ spense le luci. Lo sentivamo muoversi in silenzio. Una volta che ci abituammo ad intravvederlo nel buio recitò la parte con incredibile talento. Era come un’ombra che si svincolava tra i mobili e le sedie, che si fermava per fare la sua propria mente locale, in un mondo di poesia e di mistero. Mi piacerebbe tanto sapere che cosa ricordano i partecipanti di quell’esperienza che condividemmo quarant’anni fa”.

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