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Il Partito Comunista celebra un secolo di vita. 1921, quando a Pievequinta si mobilitarono le donne

Onevio Gamberini, ex impiegato del Comune con la passione per la storia e le tradizioni locali e volto noto in città per aver partecipato a diverse trasmissione televisive, ha ricostruito passo dopo passo la nascita del Pci nella località lungo la Cervese

Era il 21 gennaio del 1921 quando a Livorno nasceva il Partito Comunista d'Italia. In tutto il Paese molti circoli socialisti aderirono al nuovo partito, tra questi anche il Circolo Socialista di Pievequinta. Quì venne fondata allora una sezione delle donne comuniste, le quali ricamarono una bandiera (100x136 centimetri) con la dicitura “Sezione comunista femminile – Compagne lavoratrice organizzatevi per il bene dell'umanità – Pievequinta (Forlì)”. 

Onevio Gamberini, ex impiegato del Comune con la passione per la storia e le tradizioni locali e volto noto in città per aver partecipato a diverse trasmissione televisive dedicate alla cucina, tra cui “La prova del cuoco” con Antonella Clerici, ed autore del libro “Quì dla mi fameja j s’ciameva… Soprannomi familiari ai tempi dell’Unità d’Italia”, ha ricostruito passo dopo passo la nascita del PCI nella località lungo la Cervese. "Ho voluto ricordare queste donne lavoratrici che hanno creduto nei loro ideali e lottato per un mondo migliore", racconta.

La ricostruzione

Il circolo di Pievequinta, illustra Gamberini, “era situato nella borgata Mazzavillani all'inizio del paese lungo la via Cervese, caseggiato sito ancora oggi all'incrocio con la via Donnasanta. Fin dai primi del ‘900 il circolo era molto rinomato in tutta la Romagna, dove erano solite esibirsi le migliori orchestre romagnole, creando momenti di aggregazione e divertimento. Il 9 giugno 1921 alle 19,30 un gruppo di fascisti di Ravenna arrivò  a bordo di moto ed auto, con intenzioni bellicose, creando paura e scompiglio. Le donne si chiusero in casa e questi cominciarono a bussare chiedendo di un  certo Delmo  Matteucci di 34 anni, fabbro. Giunti alla sua abitazione, Matteucci si trovò di fronte dieci, dodici individui che lo trascinarono fuori con la forza. Alcuni giorni prima nella zona di Massa (frazione limitrofa a Pievequinta) fu picchiato un fascista e, per questo episodio, era stato accusato Matteucci. Lo presero per il collo e lo bastonarono”.

Continua la ricostruzione di Gamberini: “Matteucci si dichiarò innocente, portando come prova il fatto che di non essere iscritto a nessun partito. Tentò di scappare, ma gli puntarono contro una rivoltella e lo spintonarono in casa. Alcune donne, fra le quali Adalgisa Alboni, moglie del macellaio e la consorte di Giulio Milandri, uscite dalle loro abitazioni, cercarono in tutti i modi di fermare il pestaggio, senza alcun risultato. Forse il pestaggio di Matteucci fu solo un pretesto, per potere poi recarsi al circolo”.

“Matteucci, a seguito delle percosse ebbe una prognosi di dieci giorni – prosegue la ricostruzione -. Seguì poi l’incursione al circolo comunista, dove vennero amamssate sedie e tavoli e fu appiccato il fuoco. Quando  i fascisti lasciarono il paese, il circolo non aveva più la sua bandiera: l'avevano portata via come trofeo. Domenico Ruffilli, di 43 anni, in qualità di amministratore del circolo comunista quantificò il danno in 48mila lire. I giornali del momento ne diedero notizia”.

Gamberini riporta cosa scrisse il giornale "Lotta di classe", anno 1, numero 12: “Dalla Comunista Romagna i fascisti di Ravenna armati in tutto punto e prendendo come pretesto una colluttazione fra un fascista e un comunista hanno dato l'assalto alla sede comunista intimando di chiudersi in casa e sparando rivoltellate all'impazzita poi accatastato i mobili e li hanno cosparsi di benzina e il fuoco ha distrutto tutto”.

Questo quanto scritto invece dal “Pensiero Romagnolo” del 18 giugno 1921: “Nella vicina Pievequinta il giorno 11 giugno alle ore 19 circa è stata assalita la casa di proprietà dei comunisti di quella località, è stata completamente devastata e bruciata, gli autori del fatto pare siano stati fascisti di Ravenna come reazione contro un atto di alcuni comunisti contro un fascista che fu disarmato e malmenato".

In questo periodo, ricorda Gamberini, “in molte zone della Romagna vennero assaliti circoli di vari partiti e sedi di sindacati, dove la bandiera fu sempre portata via come trofeo. Il 28 ottobre 1932,  nella ricorrenza del decimo anniversario della Marcia su Roma, nella capitale, alla presenza di Benito Mussolini, al Palazzo delle esposizioni venne inaugurata una mostra permanente, in cui in una delle tante sale vennero esposte le bandiere conquistate nei vari assalti, fra queste vi era anche quella di Pievequinta. La mostra venne visitata da alcuni milioni di Italiani e rimase aperta fino al 25 luglio 1943. Dopo la caduta del fascismo tutti i cimeli che erano esposti vennero catalogati e depositati all'Archivio centrale dello Stato in Roma”.

“Nel 1981, per i sessanta anni del P.C.I., venne stampato un almanacco con foto e documenti di gruppi politici e movimenti dei lavoratori – ricorda Gamberini -. Fra le foto fu inserita anche quella della bandiera della sezione delle donne comuniste di Pievequinta. Sempre 1981 l'Istituto storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Torino organizzò una mostra "Un'altra Italia nelle bandiere dei lavoratori" in cui vengono esposte le foto appartenenti ad organizzazioni politiche e sindacali, fra queste anche quella di Pievequinta. Le foto fanno parte di tre volumi visitabili presso il museo. La bandiera è tuttora depositata presso l'Archivio centrale di Stato Roma”.

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