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Una riflessione sull'arte di Roberto Casadio, a un anno dalla scomparsa

"Perché la sua pittura mi piace così tanto? Partendo da questa domanda, ho riletto e approfondito la critica, ho riguardato con attenzione i suoi quadri e i suoi disegni, ho ripensato a quello che mi ha detto nei nostri incontri, e alla fine ho trovato la risposta che cercavo: “Roberto Casadio è un grande". Molto semplice, ma è così. Carolyn Christov, direttrice del museo di Rivoli e curatrice, in un'intervista ha detto: “Quando passo notti insonni, penso a tutti gli artisti che, per caso, non ho conosciuto e visto”. Casadio è uno di questi. Notissimo e molto apprezzato in Romagna, non ha avuto fuori dalla nostra regione il riconoscimento che meritava. Era un pittore fascinoso e complesso, dal carisma forte, dall'estro vivido, dallo sguardo ampio e dotato di una curiosità appassionata per il genere umano e per la vita. Audace e disciplinato, con un cuore pensante, sintesi di passione e ragione, con una pittura da “manierista espressivo”. Il “realismo” è stato la ragione fondamentale del suo operare artistico. Un’esigenza che nasceva dalla sua necessità di ricercare sempre la verità. La critica se ne è occupata ampiamente, approfondendo e valorizzando le varie peculiarità del suo personalissimo linguaggio. Si è scritto di realismo “dialettico”, “onirico”, “umano”, “narrativo” e anche “etico”. La sua pittura del reale voleva essere anche conoscenza di esso: conoscenza critica; specchio di “quella sua nativa attitudine a guardare le cose e ad inseguire le storie” (Andrea Brigliadori). Casadio era un cacciatore di realtà. Eleonora Toledo ha scritto: “Si fa sentire, guardare e ti rapisce. Cosa si può chiedere di più a un’opera d’arte?” Io ritengo che ci sia altro. Penso che si possa parlare per la sua arte di un “realismo filosofico” e di un “realismo politico”. I suoi quadri ”hanno la forza di fermare il visitatore, costringerlo alla riflessione" (Davide Argnani). Casadio si è occupato infatti di questioni filosofiche come l’identità, il tempo, le relazioni, la fragilità umana e di come queste vadano in scena nella nostra esistenza, in alcuni casi esemplificandole direttamente su un palcoscenico. Perché un pittore significativo non solo ci racconta una storia, ma attraverso questa riesce a farci confrontare con la complessità della vita. Un’opera d’arte non è mai fine a se stessa, ma si rapporta alle cose della vita. Non dà soluzioni, non giudica, ma fa riflettere, scuote e ci aiuta a maturare. I quadri di Casadio rendono visibile l’invisibile, in sostanza offrono le immagini giuste ai concetti astratti e li fanno diventare vivi, concreti, stimolanti. Infine, solo alla fine, il suo realismo diventa anche “politico”. "Un’opera d’arte sovverte sempre qualcosa, non foss’altro che le nostre aspettative” (Luca Bertolo). Le sue tele sono un tessuto di storie, che gli sono care e che ha meditato a lungo, e che rispecchiano il mondo opaco e confuso che ci circonda. E’ una forma di ribellione, un suo codice personale e provocatorio in risposta alla degenerazione culturale, e quindi anche politica, in atto. Ma, allo stesso tempo, è un inno alla rinascita, un invito a fare i collegamenti giusti e ad affinare il discernimento, un incoraggiamento a battere strade nuove. Perché le vere opere d'arte sono in grado di trasformare la realtà e noi stessi. Ci sono veramente tanti modi per presentare l’arte di Casadio, così ricca di sfaccettature e spunti, ma se devo sintetizzarla con una sola espressione, sceglierei “realismo vitale”. Vitale come lui, con la sua forza interiore e il suo spirito appassionato. Faceva parte di quella categoria di persone che Nietzsche definiva “dotate di luce”, cioè di coraggio, ambizione, dignità, forza di carattere, indipendenza. Vitale come la sua tecnica dal gesto potente, dal segno netto e vigoroso, vibrante di vita. Le sue tele sono impetuose e drammatiche, poeticamente comunicative. Come ha scritto Orlando Piraccini, Casadio ha saputo “intingere il pennello nei colori della vita”. L’arte di Casadio è questo, perché nasce dalla vita e racconta la vita. E ”l’arte non si deve nutrire d’arte, ma di vita” (EdwardHopper). Le sue opere ci dicono chi siamo e ci insegnano a rimanere umani. Una pittura che, come tutta la vera arte, è salvifica per l’uomo".

Massimo Merci

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