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Martedì, 21 Maggio 2024
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La tradizione del 'zoc ad Nadêl': una storia antica tra religione e usanze contadine

A raccontare la storia e la tradizione su "E' zoc ad Nadêl", uno dei modi in cui si chiama il ceppo nel nostro territorio, sono il cultore di storia locale Gabriele Zelli e Radames Garoia, cultore di tradizioni popolari e dialetto romagnolo, che ha raccolto testimonianze dirette

La tradizione del ceppo natalizio, risalente al XIII secolo, era largamente diffusa in tutta Europa, tanto che viene considerata come una delle consuetudini più antiche legate al periodo festivo più sentito da tutti. Sempre più nelle piazze dei nostri paesi si è iniziato ad allestire grandi bracieri, che spesso rimangono perennemente accesi dalla vigilia di Natale all'Epifania creando un punto di riferimento per la socialità del luogo per una quindicina di giorni. Anche quest'anno a causa della pandemia, purtroppo, alcune di queste manifestazioni sono state sospese. 

A raccontare la storia e la tradizione su "E' zoc ad Nadêl", uno dei modi in cui si chiama il ceppo nel nostro territorio, sono il cultore di storia locale Gabriele Zelli e Radames Garoia, cultore di tradizioni popolari e dialetto romagnolo, che ha raccolto testimonianze dirette. 

Testimonianze e tradizione

“Gli uomini della famiglia avevano portato in cucina e sistemato nel camino il grande ciocco in attesa della sua accensione – racconta Garoia -, era consuetudine farlo benedire prima dell’uso; ovviamente era impensabile la venuta del parroco a casa per la benedizione, la vigilia di Natale, anche i parroci erano impegnati alla preparazione liturgica della festa natalizia. A tale scopo, si era provveduto diversi giorni prima e, se il sacerdote non poteva recarsi a domicilio, si provvedeva a portare il ceppo alla Chiesa, caricandolo sul carro trainato dai buoi, oppure, chi possedeva un calesse con cavallo, andava alla Chiesa a prelevare il parroco e successivamente lo riportava al suo domicilio”.  “Il ceppo, prima di tutto, doveva essere il più grosso possibile e si diceva che chi avesse acceso il ciocco più grande, avrebbe ucciso, per Sant’Antonio, il maiale più grasso.  Il ciocco doveva bruciare molto lentamente, anche perchè doveva ardere a lungo, almeno dalla vigilia al giorno dopo Natale, per alcuni meglio addirittura senza interruzione fino all’Epifania ed i capifamiglia contadini, orgogliosi più che mai, cercavano di bruciare un ciocco più grande del vicino. Nelle veglie di una volta si raccontava di quel contadino che, per magnificarsi della grandezza del suo zoc ‘d Nadêl, disse: 'Chi?...e mi zoc? Mo l’era grand, mo talment grand, che par la Pascveta us j’è avert un carpé e l’è adiritura vulé vì una zvéta!' (Chi?...il mio ciocco? Ma era grande, ma talmente grande, che per l’Epifania gli si è aperto un crepo ed è volata via addirittura una civetta!)  I componenti della famiglia, seduti davanti al camino, al bruciare de zoc facevano previsioni per l’anno nuovo, in arrivo dopo pochi giorni. Si sgranava una spiga di grano conservata dalla mietitura: dodici chicchi, uno per ogni mese venivano disposti int l’urôla (sul ripiano) del camino entro un cerchio di brace: se un chicco saltava in avanti era buon segno, se saltava indietro erano cattive previsioni, se restava fermo e si anneriva, le cose sarebbero andate normalmente. Tale previsione si ripeteva per San Silvestro, si confrontavano le risultanze per trarne le conclusioni sull’andamento dl’arcolt (il raccolto) dell’anno che stava per iniziare. L’arzdora sperava che le nuove nascite nel pollaio fossero abbondanti, esclamando: 'Tanti ludli, tant pulsen' (tante faville, tanti pulcini). Se, battendo con un ferro o con le molle e la paletta sul ciocco acceso si sprigionavano tante faville, era segno che sarebbero nati tanti pulcini e quindi un segno positivo per la povera economia familiare”, ancora Garoia.

“I resti carbonizzati del ceppo venivano sparsi sulla terra dei vigneti il giorno stesso di Natale e anche sul tetto della casa e della stalla per proteggersi da tempeste, fulmini e fuoco in generale. Una parte di cenere si conservava gelosamente per scongiurare la grandine durante il raccolto del grano. Qualche pezzo di carbone del ciocco natalizio assieme a qualche foglia di ulivo benedetto per Pasqua e a qualche pezzo del 'pane di Sant’Antonio', gelosamente conservato, veniva somministrato agli animali che presentavano sintomi di malattia, oppure alla vacca o mucca che stava partorendo, quando si presupponeva qualche difficoltà nell’evento”, conclude Garoia.

Storia e primi cenni

“Se ormai è solo un ricordo delle persone più anziane che in gioventù abitavano in campagna o in collina, la prima attestazione de "e zoch d' Nadel", il ceppo natalizio, è indicata in un documento del 3 novembre 1209 che fa riferimento al territorio ravennate.  Gli studiosi che hanno indagato su questa usanza in Romagna e in Toscana hanno rintracciato negli archivi documenti emanati da vari vescovi nel corso dei secoli, a partire dal 1500, per proibire e contrastare le pratiche divinatorie messe in atto sul focolare in cui ardeva il ceppo e gli usi magici delle ceneri che venivano prodotte”, ricostruisce Zelli. Nel volume 'Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa' di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, viene riportato il contenuto di un manoscritto del 1694 che, trattando delle superstizioni dei contadini, riporta: "Ànno gran fede questi villani che i carboni della legna, che si abbruciano nell'istessa notte di Natale, gettati sopra i tetti delle case, difendino a guisa degli allori da' fulmini”. Prosegue Zelli: “Nel volume 'Usi e pregiudizi de' contadini in Romagna. Operetta seria-faceta' di Michele Placucci (1782-1840) si può leggere che uno degli intenti del fuoco del ceppo era quello di 'riscaldare il neonato Bambino' mentre le ceneri della combustione erano usate per fini magici e atti a difendere le persone. Aldo Spallicci (1886-1973), che ha sempre manifestato grande interesse per il folklore, in uno scritto del 1911 ha evidenziato che in alcune case di campagna il tronco che doveva essere collocato nel camino in occasione del Natale era 'tanto smisurato di peso e di volume' tanto che doveva essere trasportato da un paio di buoi e aggiungeva che 'la leggenda cristiana vuole che a mezzanotte il bambino Gesù venga a sgranchirsi le membra davanti all'allegra fiammata'”. Anche Livio Carloni, conosciuto con lo pseudonimo di Luciano de Nardis (1895-1959), altro studioso delle consuetudini romagnole, scrive, nella prima metà del secolo scorso, che: "Ogni reggitore è scrupoloso a preparare il ceppo di Natale: che deve essere grosso tanto che basti a bruciare sino all'Epifania. Crede il reggitore che chi brucia il ceppo più grosso sarà poi quegli che ammazzerà il più grosso maiale", ricorda Zelli. “Lo stesso Carloni annotava gli usi propiziatori e salvifici di quanto rimaneva dei resti del ceppo che venivano sparsi nei campi, nelle stalle e a protezione delle case. Lo studioso testimonia che 'nelle case di Romagna, per la notte di Natale, ancora è usanza porre accosto all'arola su cui rimangon vive la brace e la fiamma, tre belle sedie che onorino la casa, per il riposo della Santa famiglia che ritorna, pellegrina, a camminare il mondo'. In alcune zone della Romagna le ceneri erano poste sulla soglia delle case e delle stalle per fermare il malocchio, mentre in alcuni paesi venivano poste in piccoli sacchetti che divenivano tanti talismani da portare appesi al collo, oppure venivano bollite in acqua per liberare e guarire i bambini che si ritenevano maleficiati, cioè colti da un maleficio capace di recare danno fisico o morale, spesso con l'aiuto di una presunta forza occulta”, conclude. 

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