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Marco Simoncelli e Otello Buscherini, due angeli caduti troppo presto

L'ultimo campione romagnolo, prima di Marco Simoncelli, a morire in pista in una prova del motomondiale, era stato Otello Buscherini. Un brivido freddo lungo la schiena

L’ultimo campione romagnolo, prima di Marco Simoncelli, a morire in pista in una prova del motomondiale, era stato Otello Buscherini. Un brivido freddo lungo la schiena, la sensazione di un dramma già vissuto tanti anni prima: è quanto hanno provato domenica mattina i forlivesi Arnaldo Buscherini e Luciano Sansovini, alla vista televisiva del corpo di Marco Simoncelli esanime sulla pista di Sepang.

Arnaldo, concessionario ufficiale “Yamaha” per Forlì e comprensorio, è il fratello minore di Otello Buscherini, il grande campione scomparso il 16 maggio 1976 al Mugello, mentre correva una prova del motomondiale. “Sono passati 35 anni – ricorda commosso Arnaldo, che conosceva personalmente sia Marco che il padre-manager Paolo – ma quella tragedia, la scivolata mortale di Otello, rimarrà viva e sanguinante finché campo. Quando ho visto in diretta televisiva le moto di Edwards e Rossi avventarsi sul corpo di “Sic”, e il casco di quel povero ragazzo staccarsi dal capo, ho capito tutto. Veramente un brivido freddo. Se n’era andato un altro giovane campione, come se Otello mi fosse morto una seconda volta”. Luciano Sansovini, detto Righetto, era come un fratello per Otello Buscherini, al punto di accompagnarlo in tutte le gare europee.

Quel maledetto pomeriggio in cui il campione forlivese finì schiacciato dalla “Yamaha”, che l’aveva appena disarcionato alla curva dell’Arrabbiata Uno, Luciano era lì, sugli spalti del circuito toscano. “Lo vidi cadere e scivolare verso la rete di recinzione, ‘inseguito’ dalla sua moto. Otello non ebbe scampo, non c’erano vie di fuga, la Yamaha imbizzarrita lo travolse sul paletto di sostegno della rete che divideva le tribune dalla pista. Una morte assurda”. Marco e Otello, entrambi romagnoli e poco più che ventenni, sono rimasti vittime della loro grande passione, il motore, che ha dato loro tanto in termini di fama e gloria sportiva, ma li ha anche cancellati repentinamente dalla scena terrena. Due angeli caduti in volo troppo presto. Un altro incredibile elemento di congiunzione fra Simoncelli e Buscherini: Luciano Sansovini ha saputo della tragica fine di Marco proprio dallo zio materno del “Sic”, Giancarlo Rossi. Sebbene ultrasessantenni, sia Sansovini che Rossi non hanno mai cessato di cavalcare il mostro d’acciaio. Domenica si sono ritrovati sul circuito parmense di Varano de Melegari (PR), per una prova del campionato italiano Gruppo 4 per moto d’epoca. “Verso le 10.30 sono arrivato al paddock – racconta Righetto – pronto a salire sulla mia Motobi 250. Non ho visto Giancarlo, e la cosa mi ha stupito: avrebbe dovuto correre con me. Intanto si era diffusa la notizia dell’incidente di Simoncelli, ma non ho collegato subito le due cose”.


E’ stato Rossi, di lì a poco, a spiegare a Righetto le ragioni del suo ritiro dalla corsa, informando definitivamente il forlivese del dramma familiare che si era appena consumato: “Marco è morto, ritorno a Rimini”. “Ho sentito come una mazzata – racconta Sansovini – la stessa stretta al cuore che provai quando vidi cadere Otello 35 anni fa. Tra l’altro, alcuni mesi fa sono ripassato dall’ospedale dove ricoverarono Otello subito dopo l’incidente. All’epoca i medici fecero tutto quello che poterono, anche se sono convinto che Otello oggi si sarebbe salvato”. Nulla da fare invece per Simoncelli: la morte nera l’ha rapito nel fiore degli anni con una rapidità impressionante. L’ultima tragica analogia fra il “Sic” e il “Busca”: il campione di Coriano è morto correndo con una “Honda” contrassegnata dal numero 58, lo stesso che identificò Buscherini nei quattro Campionati italiani vinti fra il 1971 e il 1976. Otello come Marco, Arnaldo Buscherini e Luciano Sansovini sono concordi: “Entrambi sono morti prima della consacrazione definitiva nell’olimpo dei motori”

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