Padre allenatore, figli giocatori: in casa Dell'Agnello il basket è il pane quotidiano

Il tema, come preannunciato, il rapporto genitori-figli nel mondo del basket

Il quarto “Monday Night” sul profilo Facebook della Pallacanestro 2.015 si è svolto con la partecipazione del coach Sandro Dell’Agnello e dei suoi figli, Tommaso e Giacomo, rispettivamente di 29 e 27 anni. Il tema, come preannunciato, il rapporto genitori-figli nel mondo del basket. L’allenatore dell’Unieuro ha esordito spiegato il percorso cestistico dei suoi ragazzi: "Entrambi hanno cominciato col basket fin da piccoli, non perché li abbia spinti io particolarmente, ma probabilmente perché in casa comunque avevano un padre che giocava, ogni tanto si parlava di questo sport e la domenica erano al palazzetto, anche se erano piccolissimi".

"Tommaso ha preso sin da subito passione, purtroppo non gli ho dato né talento né fisico, perché nonostante sia un bellissimo ragazzo alto 1.87, per il basket non è che sia chissà che - sorride il coach -. Ha giocato tanti anni in Serie C, dove è diventato uno dei migliori in assoluto. Giacomo ha avuto una parabola diversa, perché ha iniziato a giocare a basket da piccolo. Non gli piaceva, aveva mille altre idee in testa e poi fisicamente era piccolino, un po’ cicciotto e si è disamorato. Sono passati gli anni, dopo l’adolescenza è diventato come è adesso: quasi due metri, senza ciccia, coi muscoli, ha preso una spinta repentina di grande passione che l’ha portato ad essere stabilmente uno dei migliori di tutta la Serie B”.

La parola passa poi a Tommaso: "Sicuramente è stato un percorso naturale. Sono stato uno dei pochi bambini che appena visto un pallone, invece di prenderlo a calci, ci ha fatto due palleggi. Mi sono appassionato giocando coi miei amici. Il ruolo di mio babbo nella mia passione è stato marginale, perché il percorso è iniziato grazie a lui, però poi fortunatamente non è uno di quei padri che viene, guarda, rompe le scatole, offende o ci vuole mettere bocca. Anzi, forse è l’unico padre che ci potrebbe mettere bocca, ma non ce la mette, ed io di questo sono contentissimo”.

Infine Giacomo: "Anche io ho iniziato prestissimo, perché in casa si respirava basket. Poi non mi piaceva, ero sovrappeso, facevo una fatica immensa. Durante la mia adolescenza ho avuto qualche ‘bastone tra le ruote’. Smisi, non volevo più sentir parlare di basket. Poi da un momento all’altro diventai due metri e dissi: ‘Vabbè guarda quasi quasi provo…’ e da lì mi prese una passione incredibile, tutt’oggi sono molto contento di questo”.

Il fratello maggiore non ha ereditato tanto dal papà: "Non ho preso niente, talento zero e posso andare avanti altre due ore coi difetti. L’unica cosa che mi contraddistingue un po’ è la voglia di vincere sempre, in ogni occasione. Questa è la cosa più importante che ho preso da mio babbo”. Il secondogenito ha invece un aspetto particolare simile al padre: “Il talento no, il tiro nemmeno, però mi dicono che picchio come picchiava lui”.

Tommaso non ha mai accusato soggezione del padre: "Ormai a Livorno la gente chiede al babbo ‘Ma tu sei figlio di Tommaso?’ (ride, ndr). Battute a parte, non l’ho mai sentita questa cosa; penso che il merito sia stato di mio padre. Non ho mai provato nessuna difficoltà o soggezione, anzi, ero un motivo di vanto". Discorso diverso per Giacomo: “A dir la verità, da bambino sentivo il peso, perché in campo non ero il top. Mi dicevano sempre: ‘Ma tu sei così, il tuo babbo era il capitano della Nazionale, dove vai?’. Io mi sentivo un po’ a disagio, poi ero un bambino, sono maturato ed ho capito che la mia era solo una fortuna, non dovevo avere pesi, ansie o paranoie, sono molto contento, ora per me è solo un vanto e non assolutamente una pressione”.

Il coach non ha potuto seguire dal vivo il percorso dei suoi ragazzi per cause di forza maggiore: "In realtà quando loro hanno iniziato la loro carriera ho potuto seguirli poco per una sovrapposizione di allenamenti e partite. Ogni buco che avevo, ho fatto anche cinque ore di macchina per vederli giocare o anche solo per salutarli, però non era una frequentazione assidua perché era impossibile”.

Quando i tre si incontrano, la pallacanestro è ovviamente uno dei principali argomenti da trattare: “Negli anni è diventato un argomento che ci accomuna molto, perché tutti e tre facciamo del basket la nostra vita. Io e Giacomo siamo in giro per l’Italia a giocare, Tommaso è una bandiera del basket livornese. Spesso quando ci vediamo ci ritroviamo a parlare di basket, perché ognuno racconta le sue esperienze, quello succede nella sua squadra, che si aspetta dal futuro. Per prima cosa è una passione per tutti e tre”.

Tocca poi a Tommaso affrontare tale tematica: "Come ha detto babbo, un po’ per la passione, un po’ per la curiosità di sentire quello che succede fuori dal campo di gioco delle varie squadre, siamo uno il primo tifoso degli altri. Siamo interessati, incuriositi, lungi da me mettere bocca, dare un consiglio, anzi son più un tifoso che un consigliere. Cerchiamo poi di non parlarne di pallacanestro tirando fuori mille argomenti, ma è inevitabile”. Chiude Giacomo: “Da piccolo pensavo al padre che avevo, crescendo però mi sono trovato d’accordo con quello che ha detto Tommaso”.

Dell’Agnello senior allenerebbe volentieri i suoi figli, "ma per il mio carattere sarebbe un problema per loro, perché avrebbero un rimprovero in più che non uno in meno rispetto a tutti gli altri, per far vedere che non faccio differenze, le farei ma a loro sfavore, non so quanto sarebbe favorevole per loro…”. Giacomo ne sarebbe entuasiata: “A me farebbe piacere, so che sarei penalizzato, ma non avrei paura di ulteriori rimproveri. Mi piacerebbe proprio come esperienza, perché tanto il rapporto figlio-padre con lui non cambierebbe e con lo spogliatoio non ho mai avuto problemi, saprei gestirla bene”.

Tommaso ha un desiderio in particolare: “Il mio sogno nel cassetto cestisticamente parlando è quello di giocare assieme a Giacomo, mi farebbe piacere anche essere allenato da babbo, ma spero che non accada mai, perché vorrebbe dire che ha fatto una carriera finendo in Serie C, io in Serie A di sicuro non ci arrivo…”.

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Il figlio minore non ha ancora valutato l’ipotesi di intraprendere il cammino per diventare coach: “Sinceramente non ci penso, a volte mi viene in mente di provare, ma per ora non è un mio obiettivo né una mia priorità, poi se tra 10-20-30 anni avrò voglia proverò, ma ad ora non è tra le mie priorità”. Il maggiore invece ha già le idee chiare: “Non farei mai l’allenatore. Mestieraccio, forse tra i più difficili che esistano. Non mi interessa, non mi attira, assolutamente no".

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